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zZZzZ...

24 maggio 2010

Lost ultima puntata; finale patetico e sconcertante

lost-season-6-poster1Questo è un articolo di critica sugli Stati Uniti d’America! Come questo, questo e questo. Non dirò come le cose avrebbero potuto essere ovvero come cosa sarebbe bello che siano, dal momento che mi metterei allo stesso piano degli sceneggiatori di Lost e non ho intenzione di farlo: mannaggia-a-loro!

Sei anni sono passati (e già qua Seneca si arrabbierebbe); molti milioni di dollari sono stati incassati (e qua storco il naso). Tra anni e soldi, in questo intervallo, il pubblico si è posto alcune domande alle quali i milioni di dollari avrebbero dovuto rispondere. Io sono convinto che sia più importante la domanda rispetto alla risposta, tuttavia non sto facendo un esame di Filosofia e quindi esigo, in una comunicazione unilaterale (sceneggiatori -> pubblico), di ricevere risposte. Risposte non fini a se stesse, bensì utili a dire “quanto sono stato bravo a pensarla come gli sceneggiatori” (per questo Lost ha avuto tanto successo: la trama è stata scritta a braccio, altresì dicesi “a cazzo di cane“).

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7 marzo 2010

Alice nel paese delle meraviglie

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alice_in_wonderland_poster01.resizedLa delusione più grande è venuta da Johnny Deep che dopo I pirati dei Caraibi ha smesso di interpretare delle parti: il Cappellaio Matto è Jack Sparrow. Un Alberto Sordi americano: bravo; amato; ben pagato, ma il personaggio, in ogni film, sempre uguale! Dov’è l’allegra tavolata del te? Soppressa a causa della non più giovanissima età di Alice… ora diciannovenne in fuga dall’amore. C’è da dire però che anche l’Alice bambina, in realtà, era in fuga dall’amore… sempre di amore si possa parlare quando si parla di pedofilia… eh sì, Lewis Carroll era – probabilmente – un po’ troppo affascinato dalle bambine.

Il film è dannatamente lento, il mondo fantastico ricreato non regge assolutamente il paragone con il “WOW” di Avatar. La storia in sé è lenta e molto molto molto molto ridimensionata rispetto all’originale fantastica rappresentazione. Il mondo è stato reso come un “the day after”, qualcosa.

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30 luglio 2009

Dante’s Inferno; la prova vivente che l’america fa schifo

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Gli americani amano la cultura “classica” poiché loro non la hanno; il timido e violento affacciarsi degli americani nella storia della nostra Europa e, soprattutto, della nostra Italia, potrebbe essere visto positivamente se fatto con rispetto (rispetto dovuto a popoli che teorizzavano il concetto di Stato quando le loro teorizzazioni nemmeno esistevano), ma non è così[¹].

Un esempio di poco rispetto: gli americani sono terribilmente affascinati dall’impero romano, non per amore dell’idea posta alla base della coercitiva volontà di educazione barbarica (relativa), bensì perché si riconoscono in Roma e nel suo antico e “legittimo” potere mondiale. La loro società però, diversamente da quella europea, è drammaticamente ignorante e non riesce a prendere le cose per quel che sono ma ha bisogno di distorcerle per piegarle a favore di coscienza (un anno di abbonamento Sky mi ha fatto capire ciò… History Channel è sorprendente per quanto distorce la realtà e per quanto propagandistico sia). Sia ben chiaro però, mai, e dico mai, ho dubitato della pochezza culturale americana: tralasciando la loro stessa costituzione, edificata sul pensiero di Montesquieu (non quindi un loro colono illuminato; la figura di George Washington – loro massimo campione intellettuale – è patetica quanto il nostrano Pierino), la cosa che più mi innervosisce è il sapere che tutto il loro strapotere tecnologico derivi direttamente dalla tecnologia tedesca rubata al termine della guerra nel 1945 (leggetevi cos’è l’operazione Paperclip). No, no, non son qui, adesso, a parlare di tediosa storia, invero, finché giocano a fare i fighi rubando le idee spacciandole per proprie – in un certo senso -, la cosa non mi tange, ma che possano permettersi di rubare la nostra letteratura… no, questo non lo accetto.

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