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Roma ideale (2/2) – Tra archeologia e storia

Ottone III, con i suoi consiglieri laici e soprattutto ecclesiastici – fra tutti Gerberto di Aurillac (950 c.a.-1003), già suo precettore, che nel 999 egli fece papa con il nome di Silvestro II – gettò le basi di un vasto programma di ristrutturazione dell’impero romano (renovatio Romani imperii). Egli fu il primo imperatore, dopo Teodorico († 526), a insediarsi in un palazzo sul Palatino e a circondarsi di alti dignitari appellati in maniera pomposa. Quella di Ottone fu però una renovatio di breve durata, invero, i romani – ostili a una presenza che intralciava la loro già lunga tradizione di autonomia – non tardarono a ribellarsi. Fino al 1328, comunque, il copione si ripeté più volte: un sovrano tedesco cala sino a Roma con il suo esercito (senza incontrare molta resistenza), viene incoronato imperatore nell’antica basilica di San Pietro costruita da Costantino sul Vaticano e, dopo un breve soggiorno, il nuovo sovrano se ne ritorna aldilà delle Alpi più pietosamente che trionfalmente.

L’imperatore medievale, per quanto non avesse bisogno di dimostrare la propria forza, necessitava di tale ostentazione perché solo il pontefice e Roma potevano conferire all’eletto una legittimità che faceva di lui, efficacemente, il successore di Costantino e di Carlo Magno. Spinti da una necessità di forma, così, tra la seconda metà del X secolo e l’inizio del XIV secolo, quasi tutti i sovrani germanici si lanciarono nell’affascinante avventura della Romfahrt.

La Roma a cui si pellegrinava però, non era poi un granché; le mura di Aureliano, invero, racchiudevano più rovine che case abitate: dopo le guerre gotiche (535-553), privata dell’acqua degli acquedotti che nessuno era più in grado di riparare, Roma era stata ridotta all’ombra di se stessa. Isolandola da Ravenna e dalle città dell’Italia meridionale, le invasioni longobarde della fine del VI e del VII secolo contribuirono quindi ad accentuarne il declino, mentre l’interruzione dei rapporti con l’Africa settentrionale e, più tardi, con la Sicilia, conquistata dai musulmani tra il VII e IX secolo, mise fine alle correnti di scambio tradizionali rendendo sempre più difficile il rifornimento di grano.

Alla stessa epoca, tra la metà del IV e il XI-XII secolo, un’altra Roma risplendeva: Costantinopoli.

L’ideologia costantiniana della renovatio Urbis – che in origine voleva semplicemente creare una seconda capitale imperiale in Oriente, senza nulla togliere alla prima – si trasformò però ben presto in un trasferimento di sovranità (traslatio imperii) e di prestigio vero e proprio a favore della “seconda Roma” che, inevitabilmente, finì per considerarsi l’erede legittima della Prima, come se il declino attribuito alla Roma imperiale giustificasse un passaggio di poteri e un trasferimento del nome e dell’onore dall’una all’altra. Creata per essere il prolungamento di Roma sul versante orientale del mediterraneo, Costantinopoli non tardò a diventarne rivale attiva cercando di sostituirsi proprio a essa… con qualsiasi mezzo! Invero, la comune fede cristiana divenne presto occasione di conflitti e divisioni: con il concilio di Costantinopoli1 del 381 e di Calcedonia del 4512, infatti, la chiesa di Costantinopoli enunciò che, in quanto città imperiale, anch’essa aveva diritto a un primato equivalente a quello di Roma. Di conflitto in conflitto, benché con qualche tiepido riavvicinamento attorno al 700 con la dinastia di Eraclio, le due cristianità si allontanarono quindi sempre più l’una dall’altra, sino alla rottura completa delle relazioni nel 1054, anno “del Signore” nel quale le due entità politiche si scomunicarono reciprocamente.

Salito al soglio patriarcale di Costantinopoli nel 1043 Michele Cerulario († 1059) e a quello pontificio nel 1049 Leone IX († 1054), le divergenze investirono quasi subito il terreno dogmatico e liturgico, sul quale entrambe le parti non erano disposte a venire a patti. Si trattava di vecchie questioni: la dottrina occidentale della duplice processione dello spirito santo, il digiuno romano del sabato e il divieto del matrimonio dei preti, l’uso del pane lievitato o di quello azzimo. Tale atteggiamento di contrasto tra il Patriarca e il Papa nasceva però non da esigenze teologico-dottrinarie, bensì dal fatto che la chiesa di Roma si era appropriata dei possedimenti ravennati di Bisanzio, estromettendo quindi l’impero d’Oriente dal controllo della penisola italiana e cancellando, di fatto, il primato che essa Chiesa deteneva sull’Occidente, innalzando il vescovo di Roma a capo supremo della cristianità (inteso come il diritto di intervento del vescovo di Roma nelle questioni ecclesiastiche delle diocesi altrui).

I numerosi contrasti, sino alla rottura e anche oltre, lasciano facilmente intuire il motivo per il quale Bisanzio non vide mai di buon occhio tutto ciò che poteva rassomigliare alla ricostruzione di un impero in Occidente: nella “seconda Roma”, Carlo Magno († 814) e Ottone († 973) non vennero per niente celebrati. Anzi!

Benché schiacciata dall’impari confronto, Roma aveva tuttavia ancora delle potenzialità. Potenzialità che, paradossalmente, si trovavano nella propria stessa miseria, cioè in quella immensità di rovine ereditate dalla città antica. Gli unici occidentali a frequentare Costantinopoli erano ormai solamente i mercanti e diplomatici italiani, mentre Cartagine, Siviglia e Palermo erano ormai in mano musulmana e la capitale imperiale di Carlo Magno, Aquisgrana, in realtà vera capitale imperiale mai lo era diventata. La prestigiosa eredità della romanità, di conseguenza, si determinò solo e unicamente su Roma… anche se alcune città come Ravenna, Milano o Reims, Bamberg o Pisa, cercarono di contenderle questo titolo3. Ma nonostante la concorrenza, solo Roma riusciva a sintetizzare un’impressionante quadro monumentale e un insieme di ricordi di miti sui quali, senza posa, si innestavano nuove rivendicazioni ideologiche. Con la “rinascita carolingia”, dall’VIII e IX secolo4, si avviò un po’ ovunque, in Occidente, un movimento di ritorno al buon latino, in memoria del latino della Roma passata. Questa rinascita procedette da iniziative locali di monaci, vescovi o sovrani di regioni molto lontane tra loro, sino a quando i sovrani carolingi non intrapresero la riforma dei monasteri e a tutti i monaci occidentali fu imposta la regola di San Benedetto. Roma, da questa “rinascita” ne trasse un beneficio indiretto. Infatti, in tutta Italia si ravvivò il ricordo della cultura pagana e cristiana, particolarmente attraverso le opere di Gregorio Magno (540 c.a.-604), il papa che aveva difeso la città contro la minaccia dei longobardi. Oltre tutto, le rovine, per quanto rovine, come detto, affascinavano. Infatti, durante il medioevo l’interesse per l’antichità classica non scomparve mai del tutto. Anche dopo “la caduta”, rimase viva, in Occidente, l’idea di Roma caput mundi. Tuttavia l’antichità veniva apprezzata in maniera distorta; durante il medioevo si collezionarono oggetti antichi non per la loro età, ma piuttosto perché piacevano, o perché erano ottenuti con materiali rari o poco comuni, o semplicemente perché erano qualche cosa di diverso; in alcuni casi addirittura in quanto si attribuivano ad essi poteri magici5. Egualmente, l’emozione che le rovine di Roma ispirava ai pellegrini e ai visitatori stranieri, più che per ragioni estetiche, era provocata dall’aura di mistero che ne alimentava il fascino6: la storia di Roma era a tal punto ignorata che non poté esprimersi altrimenti se non attraverso racconti fantastici. In questa prospettiva, uno dei racconti più interessanti e la Salvatio Romae, il cui tema è quello del “segreto” che permise all’impero romano di durare così a lungo; una tradizione che incontriamo già in un trattato dall’VIII secolo sulle Sette meraviglie del mondo che passò poi nel XII secolo, attraverso la Cronaca di Salerno del IX secolo, nella raccolta romana dei Mirabilia7 (una grande trattazione sistematica i quali elementi storici e leggendari conferiscono ancora oggi vivacità a ciò che, altrimenti, sarebbe un monotono catalogo topografico), la miglior testimonianza possibile che le ricerche sulle antichità non patì una totale interruzione nel medioevo occidentale. Secondo le diverse versioni della Salvatio, più o meno concordanti, nell’antichità si trovava sul Campidoglio un gruppo di settanta statue che rappresentavano i popoli della terra soggetti a Roma; ciascuna di queste statue era munita di piccoli campanelli d’argento che si mettevano a suonare non appena nella provincia in questione scoppiava un’insurrezione contro il potere centrale.

In questo clima di stupore e di leggenda è importante pensare che gli uomini che queste leggende raccontavano e ascoltavano non si sentivano diversi rispetto ai soggetti delle leggende stesse. Infatti, l’antichità classica non rappresentava per i medievali una civiltà diversa: nonostante la differenza di religione, gli uomini del medioevo non avvertirono, sino al Petrarca, l’esistenza di una frattura tra l’età classica e il proprio tempo, per loro – così per come qualche mio amico ingegnere! – l’impero medievale e quello fondato da Augusto erano la stessa cosa.

Il termine latino di renovatio fu usato – ben prima di Ottone, così come dopo – per esprimere il tentativo di recupero di ricordi e di valori della cultura romana da parte di coloro che si sforzavano di fronteggiare i problemi del proprio tempo attingendo all’eredità del passato, nel tentativo di riallacciarsi a un passato che non si poteva credere finito per sempre.

Con Carlo Magno (742-814) i franchi divennero i protettori ufficiali della chiesa romana, particolarmente contro i longobardi che finirono con l’essere sottomessi. Ma per quanto grande fosse l’ammirazione che Carlo nutriva per Roma – ed era grande, infatti, a lui dobbiamo la conservazione della maggior parte di quei classici latini che l’umanesimo ci ha, a sua volta, tramandato – il nuovo imperatore era un monarca decisamente poco romano: il suo modello era il re d’Israele Davide, non Augusto. Difatti, Roma non lo trattenne a lungo e il sovrano stabilì la propria capitale ad Aquisgrana, per il cui decoro furono fatte giungere colonne prese dagli antichi monumenti di Ravenna. Ed è proprio con Carlo Magno che si può quindi misurare l’ambiguità della parola renovatio: termine che implica un rinnovamento, certo, ma anche una reformatio.

Come sappiamo, le basi del potere carolingio erano fragili; i particolarismi regionali e le rivendicazioni dell’aristocrazia, anche ecclesiastica, indebolirono rapidamente il nuovo impero che, in breve, si sgretolò. Infatti, né Lotario (795-855), il vincitore morale di Verdun (843), né tanto meno il debole Ludovico II (825-875), riuscirono a proteggere San Pietro dal sacco dei saraceni dell’846, e dopo Carlo II (823-877), sino al X secolo, nessuno dei successori varcò più le Alpi per essere incoronato nella basilica vaticana. Che lavativi questi franchi! Nel 962 quindi, con l’incoronazione di Ottone a Roma, il titolo di imperatore romano passò ai sassoni, ma questo impero aveva di romano solamente un pezzo di nome. Infatti, nonostante il matrimonio di Ottone II (955 c.a.-983) con la principessa bizantina Teofano, l’impero rimase limitato solamente a una parte dell’Occidente. Stabilendo la propria capitale a Roma, Ottone III (980-1002) cercò perciò, invano, di far coincidere il nome con la realtà: sì, fu cacciato – come già detto – ma non per questo l’idea imperiale venne abbandonata. Per quanto i sogni ottoniani risvegliarono la coscienza della missione storica della città, aprendo così la via ai vari tentativi di restaurare l’antica Repubblica – di cui parlerò in seguito – Roma cadde nuovamente sotto la sfera d’influenza delle grandi famiglie aristocratiche.

Dalla fine del IX secolo la città era, di fatto, solamente un centro ecclesiastico che, tra l’altro, esercitava un’influenza molto limitata. Poco male. Dalla fine della tarda antichità, la Chiesa aveva elaborato un’ideologia di Roma come “fuoco che cova sotto la cenere”, ritenendosi destinata quindi a sopravvive a lungo anche se in un ambiente ostile. E i baroni erano ostili a tutto, tranne che a loro stessi. Inoltre, Roma vivendo-sopravvivendo si stava sacralizzando, così come già nel IV e V secolo alcuni pontefici avevano rilevato (e fatto rilevare): la sola a poter concorrere con Roma, nell’immaginario sacro, era Gerusalemme, ma dal VI secolo la città santa era solo un luogo della memoria, dal momento che era caduta nelle mani dei persiani (e poi dei musulmani).

Sacralizzare Roma fu quindi un ripiegamento determinato dalle circostanze esterne. Eppure, a pensarci bene, all’inizio non dovette proprio sembrare così evidente che il cristianesimo fosse destinato a penetrare all’interno della struttura dell’impero romano, infatti, nell’Apocalisse Roma appare sotto una luce estremamente negativa.

Con l’interpretazione storica dello spagnolo Paolo Orosio8 (375 c.a.-420 c.a.), il quale nella sua Historia adversus paganos commentò il famoso sogno di Nabucodonosor delle quattro statue che crollano l’una dopo l’altra, l’impero era destinato a durare sino alla fine dei tempi. Con questa idea, il tema della rigenerazione di Roma attraverso il battesimo conobbe un successo completo poiché subentrava, infondendogli nuova vita, a quello dell’eternità di Roma evocato da Virgilio (70 a.C.-19 a.C.) nelle Eneide. Nell’alto medioevo questo tema quindi si concretizzò associando la promessa di “sino alla fine dei tempi” con il destino di alcuni monumenti della città che sembravano eterni: «sino a quando il Colosseo rimarrà in piedi, lo sarà anche Roma. Quando il Colosseo crollerà, Roma crollerà. Quando crollerà Roma, crollerà anche il mondo». In quel periodo poteva però sorgere – come detto – qualche dubbio su quale fosse la Roma in questione. In Occidente, da papa Damaso (366-384) sino a Leone I (390 c.a.-461) non c’era però alcun dubbio a riguardo: «è attraverso il trono di Pietro che Roma è diventata la capitale del mondo». Insomma, l’ideale della pax christiana aveva soppiantato e superato quello della pax romana. La chiesa romana era saldamente stabilita sulla sede episcopale di Pietro e i suoi successori potevano legittimamente parlare con autorità dall’alto di questa cattedra; che sarà ben presto commemorata da una festa liturgica e dal trono di bronzo offerto alla basilica nell’875 dall’imperatore Carlo II, monumentalizzato poi dal Bernini (1598-1680). Sino da allora il papato si cominciò a definire come un’istituzione sacra a vocazione universale, fondata sul rapporto privilegiato e unico che esisteva, attraverso Pietro e Paolo, tra la sede apostolica e la Chiesa, rivendicando questo primato sulle altre chiese cristiane.

È in questo contesto che bisogna ricollocare quindi quel processo culturale – steso su più secoli – che prende il nome di “interpretazione cristiana”.

Nel 609 papa Bonifacio IV (???-615) ottenne dall’imperatore bizantino Foca (547-610), impegnato in ben altre questioni, l’autorizzazione a trasformare il Pantheon in una basilica dedicata alla vergine Maria e ai martiri. Così come il ‘tempio di tutti gli dei’, un certo numero di edifici pagani romani sopravvissero in questa maniera, trasformati in chiese o utilizzati a scopo difensivo; come il mausoleo di Adriano, trasformato in Castel Sant’Angelo dopo la misteriosa apparizione dell’arcangelo Gabriele a papa Gregorio Magno († 604). Così, tra le numerose statue equestri degli imperatori, l’unica a sopravvivere fu quella di Marco Aurelio, in cui, nel XII secolo, il clero e i pellegrini credevano di vedere l’immagine di Costantino e il popolo romano quella di Teodorico. Che gran confusione! La nuova Roma continuava ad abitare quella vecchia, rinnegandola. Di convesso, Roma rimase sino al XVII secolo una riserva pressoché inesauribile di colonne e di statue antiche e caso emblematico può essere considerato il Colosseo, usato come cava a cielo aperto per restaurare chiese e basiliche, in quanto veniva comunemente considerato un tempio del Sole e non aveva alcun ricordo cristiano a sé legato9.

Alla Roma pagana, trascurata, non conosciuta o disprezzata, gli uomini del medioevo preferivano quella cristiana.

La città medievale si era ricostruita attorno all’asse maggiore che conduceva dalla basilica di S. Pietro a quella di San Giovanni in Laterano, la «cattedrale di Roma e del mondo», dove si trovava il battistero che la tradizione voleva essere ricondotto al battesimo di Costantino; un asse minore, che da Santa Maria maggiore andava a S. Paolo fuori le mura, incrociava il precedente. Ma queste linee direttrici non avevano nulla in comune con la grandi vie trionfali, tanto che potremmo dire che una città immaginaria si sovrapponeva a quella concreta, ma agli occhi dei pellegrini la prima era più reale della seconda!

Interpretazione religiosa ed epurazione del passato pagano furono le parole d’ordine della politica che per secoli, tenacemente, la Chiesa perseguì allo scopo di fare di Roma una città-santuario a uso dei cristiani della città e, soprattutto, dei pellegrini. Pellegrini che – seguendo gli itinerari proposti ai luoghi sacri più famosi, che menzionavano molti monumenti non perché antichi ma per il semplice fatto che non potevano passare inosservati, così come noi oggi indicheremo una chiesa, un albergo o un edificio strano per spiegare un percorso da seguire – per prima cosa andavano a venerare le reliquie di San Pietro, secondo la tradizione crocefisso a testa in giù vicino all’obelisco vaticano10 e poi andavano a venerare le molte altre reliquie cittadine: le catene di S. Pietro riportate da Gerusalemme da Eudossia († 493 c.a), moglie di Valentiniano III (419-455), il quale fece costruire la chiesa di San Pietro in Vincoli e trasformò i tradizionali festeggiamenti che commemoravano la vittoria di Augusto ad Azio, la celebre battaglia navale vinta da Marco Vipsanio Agrippa (63 a.C. c.a.-12 a.C.) per Ottaviano, in festa della basilica; le reliquie di San Paolo, la colonna della flagellazione e, soprattutto, la “veronica”, la vera icona del Redentore, il panno con il quale, nella salita al calvario, sarebbe stato asciugato il viso tumefatto del Cristo. Alcuni si recavano a Roma per devozione personale, altri per penitenza, nel tentativo di espiare peccati particolarmente gravi che solo il Papa o il cardinale penitenziere avevano il potere di assolvere. E non era una questione da poco: il loro flusso ininterrotto attesta bene il ruolo rassicurante che Roma doveva avere. E papa Bonifacio VIII (1230 c.a.-1303) aveva capito molto bene questo fenomeno quando, nel 1300, propose l’indulgenza plenaria, riservata sino ad allora solamente ai crociati, a chiunque in occasione del giubileo si fosse recato a Roma e vi avesse soggiornato per almeno quindici giorni. Nel 1291, con la caduta definitiva di San Giovanni d’Acri, la capitale del regno di Gerusalemme, la città di Pietro e Paolo era veramente la nuova Gerusalemme di cui parlava la Salvatio Romae. E non solo idealmente, invero, quasi ovunque in Occidente rimanevano importanti rovine antiche che mantenevano vivo (alimentandolo) il ricordo della città romana; uno su tutti le vie di comunicazione che continuavano ad attraversare lo spazio senza preoccuparsi della morfologia del terreno (a differenza delle vie medievali, sempre attente a evitare gli ostacoli dei rilievi). La fede orgogliosa nella grandezza di Roma non bastava però a porre fine alla continua implacabile distruzione di quanto rimaneva dell’antica città. Quindi, se dopo il già citato sacco del Guiscardo del 1084 vennero effettuati regolari scavi per ricavare materiale da usare nella ricostruzione delle chiese della città, tale richiesta di materiali marmorei non si limitò alla sola Roma: già nel VI secolo Teodorico aveva fatto mandare a Ravenna pilastri della Domus Pinciana, cosicché i costruttori delle cattedrali di Modena e Pisa non si allontanarono poi molto dal modus operandi classico in quel periodo di incastrare frammenti d’architettura antica nelle costruzioni, per infondere al nuovo una qualche forma di autorità. Infatti, solo Roma poteva offrire una garanzia all’innovazione, conferendole però l’apparenza di un ritorno a una tradizione più pura. Licurgo docet!

Al tempo delle leggende e delle favole, che trasmettono un riflesso – benché deformato – di una realtà avvertita ancora come vicina, succedette dunque il tempo del mito11.

Durante tutto il medioevo, l’idea mitica dell’impero rimase profondamente radicata. Comunemente si credeva che Dio avesse voluto l’impero per favorire la diffusione della fede cristiana e per far regnare sulla terra il diritto e la giustizia; ne conseguì quindi l’idea che l’impero fosse sacro e inviolabile, in virtù della missione di condurre gli uomini verso la salvezza (nel quadro del potere temporale e dell’esercizio delle leggi, mentre la Chiesa si faceva carico della salute delle anime), costituendo la fonte del diritto politico e civile a cui si doveva sottostare. Quando le funzioni dell’impero non erano assolte, il potere imperiale poteva però cambiare di mano, cioè quanto si era verificato nell’VIII secolo e poi nel 962. Il sistema, per un po’, resse; tuttavia, quando la chiesa romana iniziò a considerare inopportuno che i laici intervenissero nella sfera sacra, l’edificio unitario cominciò a vacillare: con Gregorio VII (1020/1025-1085) tale evoluzione portò alla, cosiddetta, lotta delle investiture. Con la riforma gregoriana – la cui espressione finale più radicale è il Dictatus papae, nel quale vi è detto che solo il papa può concedere le insegne imperiali12 – la Chiesa iniziò quindi a liberarsi della tutela imperiale: per il Papa, la Chiesa si identificava con la res publica romana e il pontefice era alla testa di un nuovo impero romano, infinitamente più esteso del precedente (perché fondato sulla fede cristiana) e indistruttibile (poiché non costruito sulla violenza, ma sulla carità e la giustizia che il vescovo di Roma doveva far regnare sulla terra). La rivendicazione del pontefice di un potere contemporaneamente sacerdotale e regale implicava quindi che egli fosse ormai il signore assoluto della chiesa d’Occidente, ciò che fino ad allora non era stato (con le resistenze delle sedi ecclesiastiche metropolitane, quali Ravenna o Milano, e di altri episcopati nazionali, soprattutto in Francia e in Germania). Come comunemente si considera, questo fu il punto d’avvio di un rafforzamento delle prerogative pontificie a danno della gerarchia ecclesiastica locale, nonché di una centralizzazione degli affari ecclesiastici a vantaggio della curia romana.

Durante il conflitto che all’inizio del XIII secolo oppose due principi tedeschi candidati entrambi all’impero, Filippo di Svevia (1177-1208) e Ottone di Brunswick (1175-1218), Innocenzo III (1160-1216) si servì dell’idea della translatio imperii per affermare il proprio diritto esclusivo non solo di investire l’imperatore13, ma anche di sceglierlo in funzione degli interessi superiori della Chiesa.

La Constitutum Constantini, la seconda grande arma in mano ai pontefici – di per sé un diploma elaborato a Roma tra la cerchia di papa Paolo I († 767), secondo il quale l’imperatore Costantino il Grande avrebbe riconosciuto al pontefice il primato universale sulla Chiesa e la sovranità assoluta su Roma e l’Italia – che doveva servire a legittimare la creazione di uno stato pontificio indipendente intorno a Roma e ad affermare la superiorità del papa sui vescovi italiani14, fu invece usata con meno spregiudicatezza rispetto all’idea di translatio, dal momento che essa presentava l’inconveniente di far dipendere i loro privilegi da una grazia imperiale. Per quanto Ottone III le avesse già negato qualsiasi valore, così come gliene aveva negato anche il riformatore religioso Arnaldo da Brescia (1090-1155) nel tentativo di osteggiare il potere temporale dei papi a Roma e nel Lazio, Urbano II († 1099), Innocenzo IV († 1254) e Gregorio XI († 1378) vi ricorsero sistematicamente per affermare la pontificia superiorità rispetto a qualsiasi istituzione umana, politica o religiosa che fosse. E non si trattava solamente di una rivendicazione teorica: la Donazione servì a Innocenzo IV per legittimare la deposizione dell’imperatore Federico II Hohenstaufen († 1250)!

In buona o cattiva fede, prima del 1450, la convinzione di veridicità era tale che, nel 1298, Bonifacio VIII ricevette gli inviati del “re dei romani” Alberto di Asburgo (1255-1308) gridando «ego sum caesar, ego sum imperator».

Pochi anni prima della deposizione di Federico II, il vescovo e cronista Ottone di Frisinga (1109-1158) aveva dato una definizione del potere imperiale sostenendo tout court che il “patronato” del mondo apparteneva, senza mezzi termini, all’imperatore. L’espressione era interessante perché metteva bene in evidenza la volontà dell’amico Barbarossa (1122-1190) di rinvigorire l’idea di impero ricollegandola alle origini romane: così, come la Roma antica aveva rispettato le autonomie municipali ammettendo la doppia cittadinanza, all’imperatore bastava che tutti, papa compreso, riconoscessero il carattere universale del suo potere; potere che veniva da Dio e che faceva di lui l’incarnazione della giustizia e della legge. Ma dopo il concordato di Worms (1122), che chiuse la lotta per le investiture, all’imperatore germanico rimasero esclusivamente due possibilità: sottomettersi al papa, come aveva fatto l’imperatore Lotario III15 (1075-1137), oppure trovare al proprio potere delle basi di legittimazione diverse rispetto alla sacralità cristiana. Ed è per questo, cioè la scelta di non sottomettersi, che l’orientamento imperale scivolò, progressivamente, nel campo d’azione del diritto romano, aiutando e fomentando la rinascita degli studi giuridici in Italia, avviati sino dalla fine dell’XI secolo; già dalla fine del 1000, infatti, erano cominciate a circolare a Bologna concezioni ghibelline, nate dalla contesa tra Gregorio VII ed Enrico IV († 1106) per la supremazia del potere; tuttavia fu solo con Federico Barbarossa che l’imperatore si svicolò chiaramente della tutela della Chiesa giungendo a una piena concezione laica dell’impero: proclamandosi “discendente dei cesari”, Federico, invero, affermò l’anteriorità del potere imperiale rispetto a quello dei papi; paradossalmente però, quando nel 1155 venne a Roma per farsi incoronare imperatore, il Barbarossa rifiutò sdegnosamente le proposte del comune che pretendeva di offrirgli l’imperium, in virtù della Lex regia de imperio, la quale riconosceva nel popolo romano l’origine della sovranità imperiale.

Ecco nuovamente il dilemma: rinnovare oppure riformare? Questo dubbio, che toccò parzialmente Enrico VI (1165-1197) e Ottone IV (1175-1218), ritornò d’attualità sotto il regno di Federico II, il quale tenne a cuore il modello imperiale romano ancora più di quanto non avesse fatto suo nonno. Federico era un uomo che non poteva rimanere sordo al richiamo dell’antichità, ma tale richiamo egli spesso non lo ascoltò, per non interferire con la sicurezza dello Stato16. Concentrandosi sulla svolta giuridica, nel 1230 l’imperatore fece inserire nelle costituzioni di Melfi che egli era «la legge vivente sulla terra», insistendo sul fatto che egli fosse «al di sopra delle leggi», Lex de imperio inclusa. Insomma, Federico II si mise giuridicamente al di fuori del quadro tradizionale dell’impero medievale; questo impero, fondato da Cesare, accresciuto da Augusto, codificato da Giustiniano, poteva ora rinascere con gli Hohenstaufen; tuttavia a Federico Nipote mancava, esattamente come fu mancata a Federico Nonno, l’adesione dei romani, benché egli li avesse colmati di elogi e di appelli alla gloria, onorandoli con il dono del Carroccio, il carro simbolo del comune di Milano di cui si era impadronito nel 1237 nella battaglia di Cortenuova; tuttavia la retorica donativa non fece presa sui romani e così, durante la lotta senza quartiere che oppose l’imperatore ai papi Gregorio IX e Innocenzo IV, concludersi con la sconfitta di Federico, i romani preferirono rimanersene in disparte. Manfredi (1232-1266) colse quindi l’insegnamento della storia e inviò ai romani un lungo manifesto in cui dichiarava di accettare l’interpretazione arcaica della Lex de imperio, sconfessando il padre, e affermando anche di voler fare di Roma la capitale del regno italico, ma era troppo tardi: Carlo d’Angiò (1226-1285) mise presto fine alla dominazione e all’esistenza stessa della famiglia Hohestaufen alla famosa Battaglia di Benevento (1266).

Alle concezioni ecclesiastiche e imperiali di Roma, dal XII secolo in poi, assistiamo però anche allo sviluppo di una terza interpretazione della città; raffigurazione che venne a interferire con le prime due in un rapporto spesso polemico o critico. Se sino ad allora la Roma antica cui si è fatto riferimento era stata quella post cesarea, in concomitanza con la presa di coscienza di alcuni elementi della popolazione romana del ruolo importante che essi avrebbero potuto svolgere appoggiandosi sugli imperatori per far prevalere le rivendicazioni autonomiste rispetto ai pontefici (e viceversa), si cominciò a riscoprire a Roma la concezione repubblicana. Nel 1128 «i consoli, i partiti e la plebe romana» osarono, infatti, ricordare a Lotario III che non poteva fregiarsi del titolo imperiale senza l’incoronazione a Roma, costringendolo a raggiungerla prontamente nel 1133, e tra il 1144 e il 1149 si sviluppò addirittura a Roma un movimento di emancipazione vero e proprio, che si concluse con l’insediamento di un regime comunale e l’affermazione di un’élite borghese rapidamente assimilata all’ordine equestre. Sotto l’influenza di Arnaldo da Brescia, il comune di Roma chiese in effetti al pontefice di rinunciare al potere temporale e alle ricchezze vaticane, nonché di lasciare l’incarico di amministratore della città e del contado a un’istituzione comunale, il senato. Contemporaneamente, i romani tentarono a più riprese di far valere la loro pretesa di conferire ai sovrani tedeschi la dignità imperiale, ma questa rivendicazione non poté avere seguito a causa della contraddizione esistente tra il principio dell’origine contrattuale della sovranità e quello dell’inamovibilità del principe, legato alla successione ereditaria. E fu proprio quest’ultimo principio, sostenuto dagli giuristi di Bologna, a prevalere. Dopo aver occupato Roma nel 1167, Federico Barbarossa, infatti, ridusse il senato a un semplice organo di amministrazione imperiale nella città; d’altra parte, anche il papato non poteva tollerare la visione popolare della questione. Nel 1234, i romani quindi si ribellarono sia al papa che all’imperatore, chiedendo il ritorno alla libera elezione dei senatori. Se nel 1235 si giunse a una pace di compromesso, i romani non rinunciarono all’esistenza di un «sacro senato» che governasse la città, in stretta collaborazione con il popolo (ed è in questo contesto che si rispolverò l’antica formula SPQR). Dopo qualche anno, nel 1259, si ritornò quindi all’elezione senatoriale di nomina pontificia, ma poi il papato decise di ricorrere a personalità esterne a Roma, e in particolare al nuovo re di Sicilia, Carlo d’Angio, il quale ottenne la carica di senatore per 10 anni. Nel 1278 dunque, chiudendo il cerchio al punto iniziale, papa Niccolò III (1216 c.a.-1280) avocò a sé il titolo di unico senatore, cosa che continuò a fare anche il successore Bonifacio VIII, e sino alla riforma di Giovanni Paolo II, nel 1983, il codice di diritto canonico della chiesa cattolica ha continuato a definire il collegio di cardinali come «il senato del pontefice romano».

In questo periodo – nel campo artistico – è interessante sottolineare che si assistette finalmente all’abbandono della concezione gotica del passato. Con Nicola Pisano (1215/1220-1278/1284), infatti, l’imitazione dei modelli classici cessò di essere puramente formale e se ne ebbe una completa assimilazione (per trovare un ingegno eguale bisognerà attendere Donatello). Nicola fu particolarmente colpito dal sarcofago con la storia di Fedra e Ippolito, usato per conservare le spoglie di Beatrice contessa di Toscana, tanto che nel pulpito del battistero di Pisa la Fedra del sarcofago divenne la vergine dell’adorazione dei Magi. Parimenti, nelle di egli opere gli astanti smisero gli abiti del XIII secolo per indossare gli abiti classici romani.

Dopo la breve parentesi duecentesca, nella Roma del XIV secolo, l’ideale repubblicano conobbe un’ultima reincarnazione nella figura di Cola di Rienzo (1313-1354). I suoi velleitari sforzi per governare la Roma del tempo secondo i precetti di Livio e i sogni visionari degli ultimi seguaci di Gioacchino da Fiore (1130-1202), mescolati al dispotismo e alla corruzione, si rivelarono però veramente troppo deboli per la realtà del momento. Una passione storica quella di Cola che rimase viva sino alla fine, e anche dopo la caduta del suo primo tribunato (mentre si trovava in prigione ad Avignone, infatti, egli cercò conforto nelle pagine di Livio, non nella Bibbia).

Era alle monete imperiali romane che Cola doveva la conoscenza dell’antico culto di Roma, ma è per la ricerca “archeologica” che noi oggi lo ricordiamo principalmente. Nel 1346 circa, infatti, egli trovò in San Giovanni in Laterano la tavola di bronzo con la Lex de imperio Vespasiani (ritenuta parte della Legge delle dodici tavole)… ritrovamento che avrebbe potuto essere inutile, ma Cola riuscì a leggere il testo e in esso vi trovò la prova che il depositario della suprema autorità era, ed era sempre stato, il popolo romano. Cola quindi incastonò la tavola al muro e vi fece dipingere attorno il Senato nel mentre conferisce l’imperium a Vespasiano (9-79), facendo quindi – in un clima volto alla gloria propagandistica – leggerne pubblicamente il testo. Gesto simbolico, certo, ma era la prima volta che un’iscrizione classica forniva argomenti per un discorso politico. Come già accennato17, da quando nel 1327 Ludovico IV (1282-1347) aveva ricevuto per primo la corona dalle mani di un laico, dal cardinale-senatore-‘capitano del popolo romano’ Sciarra Colonna († 1329), l’impero era diventato, de jure e de facto, una realtà puramente germanica. E il Romano si dimostrò indubbiamente intelligente nel capire questa mutazione decisiva approfittando, nel 1347, della cattività avignonese per assumere il potere a Roma. L’auto proclamatosi tribuno guadagnò quindi immediatamente il sostegno delle classi medie emanando severe misure contro il potere dell’aristocrazia al potere; egli s’impegnò quindi a organizzare un programma di rinnovamenti che si tradusse però, più che altro, in una serie di gesti simbolici e propagandistici, come il restauro del Campidoglio, la cerimonia sotto l’arco di Costantino nel corso della quale fu dichiarato cavaliere, nonché il già citato dipinto attorno alla Lex. Ma Cola fu il primo a rendersi conto della fine del sogno imperiale e a comprendere che l’unica salvezza per Roma passava per una gestione politica basata sull’unità culturale e linguistica del popolo, tedeschi e papisti esclusi! In questa ottica, secondo il tribuno, le città italiane erano sorelle di Roma e tutti gli italiani erano cittadini romani; questa idea, nell’Italia della fine del Trecento, era però improponibile! Ed è quindi in questa “impossibilità” che si spiega la sconfitta finale e la morte del tribuno nel 1354: la Roma repubblicano-municipale era stata schiacciata dai limiti di un’ideologia che non poteva sperare di sopravvivere al naufragio politico se non fondandosi su di una visione più larga rispetto a quella che era stata sino ad allora: quella di un’Italia vista come “giardino dell’impero“.

Il progetto di Cola, tutto sommato, fu un fallimento, ma sicuramente egli ci vide giusto. Invero, l’unità culturale e linguistica era quello che sarebbero andati anelando gli umanisti sino al Rinascimento.

Il centro del movimento pre-umanista in Italia fu Padova. Ciò può sorprendere, ma non deve sorprendere invece che esso iniziasse qui piuttosto che a Bologna, come considerato sino a questo momento. A Padova, la giovane energia della nuova università poté dar vita a un movimento che è legittimo considerare la diretta matrice del Rinascimento.

Il fondatore dell’umanesimo padovano, Lovato Lovati (1241-1309), è stato un giurista appassionato di letteratura classica. Al suo tempo, quando ogni comune andava alla ricerca di un fondatore romano (e se non lo si trovava, lo si inventava), era corrente a Padova una leggenda che attribuiva la fondazione della città al mitico troiano Antenore. Così, quando verso il 1283 venne ritrovato un sarcofago contenente uno scheletro di gigantesche proporzioni, non c’è da meravigliarsi se Lovato, senza esitazioni, identificò in esso i resti del leggendario progenitore. I padovani, convinti dallo studioso, decisero quindi di edificarvici sopra un’edicola tombale18, ispirata a modelli tutt’altro che classici e con un’iscrizione (concepita da Lovato stesso) che palesa il fatto le formule dell’epigrafia classica non fossero molto familiari in quel di Padova. Fu un exploit. E proprio quando la prima fase dell’umanesimo eroico – e un po’ avventuriero nelle conclusioni – cominciò a perdere slancio, la scoperta casuale di un’antica iscrizione funeraria, avvenuta tra il 1318 e il 1324, rese i padovani ancora una volta consci della loro eredità classica. Su di essa figurava il nome di Tito Livio; tale fatto bastò a farla accogliere dagli studiosi come la tomba del grande storico! Il fatto che gli umanisti non si accorsero che l’epitaffio recava anche il cognome Halys, e che perciò questo Tito Livio Halys doveva essere un liberto, dimostra – assieme al precedente di Antenore – che lo stadio degli studi antiquari nel Trecento era estremamente primitivo; tuttavia tale entusiasmo è anche indicativo di un vivo interesse, sia pure indiscriminato, grazie al quale l’iscrizione venne solennemente collocata su una delle pareti della chiesa di S. Giustina.

L’instaurazione della signoria dei Carraresi dal 1318 al 1405 – con la parentesi scaligera (1327-1338) e viscontea (1388-1390) – disperse, con la caduta del libero comune, quello che era stato un gruppo intellettuale in divenire. Non tutto andò però perduto, invero, già dall’inizio del Trecento erano iniziati gli scambi culturali tra Padova e Verona.

Ed è proprio a Verona che era possibile reperire tutto il materiale indispensabile a una rinascita umanistica… all’ombra della biblioteca capitolare si alimentò, infatti, la passione di Giovanni Mansionario († 1337), il quale riuscì a dimostrare in maniera incontestabile l’esistenza di due Plini; ma più che il Giovanni storico, interessa qui l’archeologo che scrisse l’Historia imperialis, una monumentale compilazione di biografie di imperatori correlate di disegni dei volti ricavati da antiche monete romane [visibili a marigne del testo nell’immagine a lato]. Per la prima volta, uno studioso volle dare espressione visiva ai suoi interessi per il passato: Giovanni riprodusse nel suo volume monete romane per la loro antichità e per la storia che documentavano, non perché ottenute con materiali rari o perché belle!

Quella di Giovanni fu un eccezione, invero, l’antico prima del Petrarca († 1374) veniva generalmente visto in una chiave utilitarista più che culturale. A titolo di esempio, Opicino de Canistris (1296-post 1352), nel 1330, nell’Avignone di Giovanni XXII (1249-1334), completò il Liber de laudibus civitatis Ticinensis con lo scopo non di diffondere cultura, ma di difendere contro l’interdetto pontificio Pavia, sua città natale, che aveva sostenuto lo scomunicato imperatore Ludovico IV. E se non si poteva rilevare una precisa volontà utilitarista, si poteva comunque riscontrare una certa imprecisa stravaganza. A Siena, una statua antica appena ritrovata suscitò tale ammirazione da essere collocata sulla Fonte Gaia in piazza del Campo, la più importante fontana pubblica della città. Ma in un’epoca in cui lo stesso Petrarca era convinto che tutti gli antichi dei fossero demoni, non sorprende che una sconfitta militare subita dai senesi fosse interpretata come punizione della idolatria cittadina verso il “bello” e che si decretasse l’immediata rimozione del pericoloso demone.

Francesco Petrarca (1304-1374) costituisce un personaggio chiave per questa epoca, giacché egli, prendendo atto della doppia sconfitta dell’idea imperiale, ricusò sia il ghibellinismo astratto di Dante († 1321), sia la visione utopistica di Cola di Rienzo († 1354). Petrarca ebbe soprattutto il grande merito di comprendere – così come aveva fatto Cola – che il sogno unitario, che l’Occidente aveva rincorso nei secoli precedenti, era finito e che esso poteva ormai realizzarsi solo nel quadro di una repubblica delle lettere, giacché la Roma degli imperatori non sarebbe mai più rinata sul piano politico-monumentale. Oramai, l’unica via d’accesso alla grandezza passata rimaneva il tentativo di comprendere ciò che essa era stata. La fede cristiana quindi, forma ultima e verità intrinseca di qualsiasi forma di conoscenza, lungi dal respingere l’eredità dell’antichità, doveva cercare di farla propria, purificandola dall’orgoglio e dalla violenza che veicolava. Francesco è anche importante per il suo approccio, anzi diciamo piuttosto spirito, antiquario, rilevabile nell’uso di monete romane per correggere o supplire la documentazione letteraria19. Non bisogna però pensare al Petrarca come a un innovatore totale20, invero, i Mirabilia erano ancora autorevoli per lui.

Tra Padova e Verona ovviamente, nel movimento polimorfo dell’Italia del primo Trecento, Roma continuava a svolgere un ruolo essenziale nell’esperienza e nella riflessione degli umanisti italiani e stranieri. Petrarca vi giunse nel 1337. I resti della città suscitarono l’entusiasmo del Poeta perché erano antichi e perché erano quelli della capitale dell’impero romano. Durante questa sua prima visita – che accrebbe inoltre il suo desiderio dell’alloro poetico21 – al Petrarca si offrì la possibilità di aggirarsi a suo piacere tra le rovine della città antica assieme al domenicano Giovanni Colonna (1295 c.a.-1348). Fu proprio in questo periodo che egli decise di presentare, nell’ottavo libro dell’Africa, un’immaginaria visita alla città fatta dagli inviati cartaginesi al Senato; tuttavia la città repubblicana petrarchesca non solo era però troppo splendida per corrispondere alla Roma delle guerre puniche, ma comprendeva anche edifici e monumenti che sicuramente non esistevano a quel tempo. Francesco ci mise il cuore e la fantasia galoppò. Petrarca si avvicinò quindi alle iscrizioni antiche, benché si abbia oggi l’impressione che nel campo dell’epigrafia egli non abbia dato il meglio di sé. A titolo di esempio, egli credete di aver visto una pietra iscritta indicante il luogo in cui si pensava che Cesare avesse parlato al proprio esercito dopo la traversata del Rubicone, poi rivelatasi un falso posticcio.

Insomma, lo studio delle iscrizioni antiche non fece col Petrarca molti passi avanti e l’errata attribuzione della piramide di Cestio ne è la prova più palese; tuttavia quello sulle monete segnò invece un deciso progresso rispetto a Giovanni Mansionario. In definitiva, però, la sua reazione di fronte alle rovine non aveva ancora nulla di archeologico “nel senso nostro”. Per quanto il di egli approccio non fosse più totalmente medievale, basato su una mescolanza di utilitarismo e di paura riverenziale, bisognerà attendere Giovanni Dondi († 1388) e soprattutto Poggio Bracciolini († 1459) per respingere definitivamente i Mirabilia e il medioevo in genere. Ovviamente, anche Poggio – di cui parlerò più compiutamente in seguito – commise spesso errori di identificazione di edifici e suggerì molte designazioni errate, tuttavia egli ebbe l’immenso merito di concepire la storia come una scienza – diciamo impropriamente per l’epoca! – sperimentale. Ed è quindi in questa prospettiva che si colloca la Descriptio urbis Romae di Leon Battista Alberti (1404-1472), un testo comprendente una serie di misurazioni tra i principali punti tra le principali costruzioni di rilievo, poi elaborate in mappa dal fiorentino Pietro del Massaio († post 1472), qualche tempo dopo la morte dell’Architetto.

Ma sulla topografia tornerò in seguito.

La passione di Petrarca per le monete romane non terminò con la morte del poeta toscano. Né a Padova – dove nel 1390 Francesco Novello da Carrara (1359-1406), appena riuscito a cacciare gli usurpatori Visconti e a rioccupare la città, allo scopo di perpetuare la memoria della sua riconquista, ordinò che fossero battute alcune medaglie sul modello dei sesterzi bronzei dell’età imperiale, con il suo busto a mo’ d’imperatore (e all’inizio del XV secolo, o poco più tardi, alcuni esemplari avevano già raggiunto la Francia, mentre pittori e miniatori cominciarono a usarli come modelli) – né altrove in Italia; Coluccio Salutati (1331-1406), dopo Petrarca, l’erede spirituale del grande maestro che non aveva mai insegnato, non insegnò neppure lui; tuttavia Coluccio – con i suoi gusti letterari e filologici che andavano da un interesse per il greco a un’esasperata passione per l’ortografia latina (in un’epoca in cui pochi, per non dire nessuno, si curava più della corretta grafia) – fu più di ogni altro il maestro del umanesimo fiorentino: l’anello di congiunzione tra il Petrarca e il Nuovo.

Se gli eventi presenti cominciarono ad avere sempre più lungimiranza per il futuro, e le monete carraresi ne sono un esempio, i vecchi quesiti medievali quali le origini di una città, l’identità del suo o dei suoi fondatori, in che periodo fosse stata fondata, quali ne fossero stati i cittadini più illustri, etc, continuarono a venir riproposti anche del Rinascimento, e sempre con maggiore intensità.

Mantova era stata forse la prima, con la sua duecentesca statua di Virgilio in abiti di professore universitario medievale, a rispondere a tali domande. Di un’altra statua di Virgilio, in questa città, sappiamo invece che fu rimossa nel 1397 da Carlo Malatesta (1368-1429), in quanto oggetto di culto superstizioso, e che questa rimozione aveva suscitato l’indignazione degli umanisti. Ma che esistesse a Mantova un “culto” di Virgilio ci è anche testimoniato dalla presenza della sua immagine sulle monete cittadine. Ciò che Virgilio significò per Mantova, Ovidio fu per Sulmona; così come il culto di Ovidio a Sulmona era quello di Livio a Padova.

La tomba di un cittadino illustre poteva di tanto in tanto portare a confusioni, in una confusione ben superiore di quella in cui era incappato il Lovati. Così accade a Parma, dove i presunti resti della tomba di Ambrogio Teodosio Macrobio († 430), che allora si credeva nato in città, erano ancora visibili nel XIV secolo. Non conosciamo la data della loro definitiva scomparsa, tuttavia sappiamo che dopo la morte del celebre filosofo e astronomo Biagio Pelacani († 1416) – Doctor diabolicus, il quale in vita aveva subordinato tutto all’astrologia asserendo che «quando si verificano tutte le condizioni sufficienti, l’effetto si produce necessariamente», influenzando così, poi, Pietro Pomponazzi (1462-1525) – lo scultore incaricato della sua tomba, che ancora si può vedere sulla facciata della cattedrale, raffigurò sulla destra di essa il Pelacani e sulla sinistra Macrobio: con il risultato che soltanto pochi anni dopo studiosi come Ciriaco d’Ancora († 1452) e Flavio Biondo († 1463) furono indotti a credere che quella fosse la tomba di Macrobio e che le spoglie del Pelacani vi fossero state aggiunte in seguito. E questo quando si sbagliava in buona fede! Gli scritti di Giovanni Nanni (1432 c.a.-1502), alias Annio da Viterbo, che dedicò alla sua città natale si sono rivelati, infatti, una calamità per storici e archeologi. Annio, in linea con gli altri “storici” delle altre città, si riproponeva non solo di dimostrare che la sua città era stata fondata da personaggi illustri, ma che – addirittura – Viterbo era stata la culla della civiltà occidentale, tout court. Infatti, la tradizione per la quale una città fosse stata fondata da Ercole non era certo inconsueta, solo che egli decise di allargarla e, in una serie di lezioni pubbliche, informò i suoi concittadini che anche Iside e Osiride (e ancora una schiera di eroi ed eroine tratta indiscriminatamente dalla mitologia classica) avevano preso parte alla fondazione e ai primi sviluppi cittadini. Annio non parlava tanto per parlare però, infatti, tra il 1488 e il 1492 egli presentò la sua storia di Viterbo – dagli inizi fino al pontificato di Innocenzo VIII (1484-1492) – con documentazione epigrafica manipolata annessa. Non pago, Annio raccolse le auto prodotte falsificazioni – comprese le famose (e facilmente decifrate!) iscrizioni in pseudo etrusco, e il decreto del re longobardo Desiderio († post 774) nel quale erano descritti gli immensi territori soggetti alla città – nel suo Antiquitates e lo diede alle stampe nel 1498. Pubblicazione a cui seguirono le De marmoreis Volturrhenis tabulis e le De aureo saeculo et de origine urbis, queste ultime attribuite illecitamente a Quinto Fabio Pittore…

Falsificazioni a parte. È indispensabile ora spendere alcune parole per Boccaccio perché molto spesso lo si pensa come un autore sui generis, con un complesso di inferiorità e lontano dalla cultura più illustre. Se egli non riuscì mai a eguagliare il Petrarca, tristemente per lui, ciò non fu certo per minore intelligenza, ma piuttosto per diversità di carattere e di inclinazioni: mentre il Petrarca era impegnato a riportare alla luce i libri di Livio da tempo dimenticati, il poeta del Decameron era innamorato di Ovidio e nelle invecchiate attrattive dell’ars dictaminis. In realtà, il Boccaccio sentì intenso il richiamo dell’antichità durante il periodo della giovinezza a Napoli. Infatti, il suo interesse per l’epigrafia non si limitò a iscrizioni latine, ma anche alle iscrizioni greche; e una di queste ultime in particolare lo colpì tanto da indurlo a trascriverla22, giacché spettante al sepolcro eretto – a San Felice a Ema (poco fuori Firenze) – in memoria di un cane. Tuttavia è vero che Roma non esercitasse su di lui una grande attrazione, ma egli non la vedeva nella stessa ottica – romantica? – del Petrarca; non a caso, in una novella egli la descrisse così come le cose stavano, irrispettosamente forse, come «la quale come è oggi coda, così già fu capo del mondo».

Se la Genealogie deorum gentilium di Boccaccio, un’interpretazione allegorica dei miti delle divinità pagane, e il De laboribus Herculis di Lino Coluccio Salutati (1331-1406), una reinterpretazione del mito di Ercole, mostrano ancora un’ovvia dipendenza da metodi medievali di esegesi, Roma triumphans del Biondo e i Miscellanea di Poliziano appartengono invece a un mondo nuovo; per riuscire ad andare oltre a questo, tuttavia, bisognava cominciare dalle fondamentale della repubblica delle lettere di Petrarca, per l’unità culturale e linguista italiana di Cola, cioè restaurare la lingua latina.

Lorenzo Valla (1405/1407-1457), nelle Elegantie del 1442, ricordando che il latino aveva portato la pace, le lettere, l’educazione, le leggi e le arti nel mondo, e deplorando che la conoscenza della lingua latina fosse andata largamente persa, con la frase «l’impero romano e là dove regna la lingua di Roma», più banalmente, egli fece presente che la lingua latina era un mezzo tangibile per riprendere il dialogo con gli autori dell’antichità e che doveva venir ripristinata nella maniera più pura. Sia ben chiaro – e lo ho già detto, ma lo ribadisco! – non che gli autori antichi fossero rimasti sconosciuti nei secoli precedenti, anzi, il medioevo ebbe comunque il merito di aver copiato e trascritto le loro opere, seppure – a giudizio degli umanisti – senza metodo e senza spirito critico, trascurando alcuni autori importanti, quali Tacito, Vitruvio, e Ammiano Marcellino.

Le primissime antologie di testi epigrafici latini – delle vere e proprie schedature che saranno molto utili nel XVI secolo! – erano state promosse da preoccupazioni di carattere retorico, ma già nella seconda metà del XIV secolo – sulla scia petrarchesca – si iniziarono a considerare preziose le iscrizioni anche per il loro valore di documenti storici, e non solo per motivi sentimentali, dal momento che potevano fornire importanti dati archeologici e filologici. Per questi motivi, dall’inizio del XV secolo divennero sempre più numerose le raccolte di iscrizioni e in Italia molti umanisti compilarono una silloge o se ne procurarono una. Nel 1464, a titolo di esempio, un gruppo – formato da Felice Feliciano (1433-1480 c.a.), Andrea Mantegna (1431-1506)23, Samuele da Tradate (???-1465) e Giovanni Marcanova (1418-1467) – trascorse un paio di giorni sulle rive del lago di Garda alla ricerca di iscrizioni romane, copiando tutte quelle visibili senza scavi. Qualche anno dopo, ad Aquileia, Marin Sanudo (1466-1536) compì un altro giro perlustrativo con lo stesso scopo. Etc. Queste prime raccolte-schedature non rivelavano però particolari criteri di classificazione; toccò a fra Giovanni Giocondo (1434-1515) migliorare i metodi seguiti da questi primi “esordienti”. Fra Giocondo – la cui attività antiquaria era accompagnata da quella di architetto e di editore di Vitruvio, di Cesare e delle lettere di Plino il Giovane, nonché del Mundus Novus di Amerigo Vespucci (1454-1512) – era affascinato dalle iscrizioni non solo per il loro valore storico, ma anche per la concisione, l’eleganza della grafia e l’ammirevole simmetria dei caratteri… in un’epoca, come detto, nella quale ci si curava poco di queste cose. Le piccole collezioni vennero però immediatamente messe in ombra dalla silloge di epigrafi di Milano e del suo ager, a opera del giovane Andrea Alciato (1492-1550); testo che segnò un notevole passo avanti rispetto alle precedenti raccolte, per quanto pubblicato postumo nel 1625 con il titolo di Rerum Patriae libri IV. Ulteriori sviluppi si ebbero con Girolamo Bologni di Treviso (1454-1517), il cui Antiquarius cercava di essere una specie di trattato di epigrafia. E non v’è dubbio che l’opera del Bologni si sarebbe rilevata preziosa se avesse avuto ampia divulgazione; ma non l’ebbe… e può sembrare ironico il fatto che quello che si può definire il primo trattato di epigrafia stampato sia stato il testo De marmoreis di Annio da Viterbo!24 :’D

Fu in tale ambiente che si sviluppò la passione di Poggio Bracciolini (1380-1459). Quel che maggiormente lo attraeva dell’antichità erano i resti visibili della Roma passata; non sorprende quindi che là egli visitasse metodicamente e diligentemente tutto ciò che era visibile, in compagnia dell’umanista Antonio Loschi (1365-1441), suo amico e collega. Risultato di queste esplorazioni sistematiche fu una descrizione di quanto ancora sopravviveva del passato: il De varietate fortunae, testo – incominciato poco dopo la morte di papa Martino V, nel 1431, e divulgato soltanto nel 1448 – che evidenziava come le rovine di Roma costituissero un significativo esempio della instabilità della fortuna. Un’idea metaforica della Fortuna che riaffiorava – come abbiamo visto – sempre più ciclicamente, assieme a lapidi e monete. Con Poggio, l’archeologia assunse – forse per la prima volta – un diverso carattere; di particolare interesse sembra siano state per lui le antiche porte della città, infatti, egli ne distinguette i materiali da costruzione, datandoli, servendosi anche di testimonianze epigrafiche; simile interesse egli lo rivolse pure alle cosiddette mura di Servio, non riuscendo però a ricostruirne il perimetro originale. Di fronte alla piramide di Cestio egli però si chiese come avesse potuto il Petrarca crederla la tomba di Remo, quando l’iscrizione ne indicava chiaramente l’origine diversa; ma benignamente sospettò che il Petrarca non avesse visto l’iscrizione a causa della folta vegetazione! Come archeologo però, e ovviamente, Poggio infallibile non lo fu, così come non si può dire che le di egli indagini siano state metodiche e realmente sistematiche… tra l’altro, a differenza del Petrarca, egli non si curava poi molto delle monete antiche.

Tutte le ricerche sulla topografia e monumenti dell’antica Roma raggiunsero l’apice, quello si per molto considerabile come “definitivo”, con le opere di Biondo Flavio (1392-1463) – lo ricordo – De Roma instaurata del 1449 e De Roma triumphans del 1459. Egli fu il primo che pensò a una storia generale d’Italia che mostrasse una continuità fattuale sino dal V secolo, e per primo concepì una media aetas distesa tra l’antichità e i suoi tempi. Separando rigorosamente la ricerca antiquaria dalla storia, proprio come Poliziano fu il maestro della nuova ricerca di singoli dettagli, egli fu il predecessore della manualistica antiquaria sistematica, il fondatore della ricerca scientifica moderna in tutti i paesi europei. Lo spirito nuovo di Biondo gli permise di spogliare le rovine da tutti gli elementi magici ancestrali e di farne il quadro verosimile della vita pubblica e privata degli antichi. Nelle antiche rovine egli vi riconosceva la parte ancora vivente dell’antica gloria della città; tuttavia l’amore per il passato non lo rese cieco nei confronti della nuova Roma che sorgeva attorno all’antica… per quanto sia inutile negare che l’amore per il passato, nel periodo Umanesimo-Rinascimento, abbia distrutto molti più resti dell’antichità di tutti i secoli precedenti messi assieme. La sua devozione per l’antica Roma era seconda solo alla religione, alla quale si sentiva riconoscente perché pensava che il cristianesimo avesse impedito che l’antica gloria romana fosse cancellata completamente. Vedere, ma soprattutto mostrare agli altri, quello che era stata la Roma classica, era per lui un dovere.

Egli fu, nella scienza antiquaria, ciò che il Valla fu nella filologia: con la differenza che, mentre nel 1480 la filologia del Valla era già sorpassata, dovete trascorrere un secolo prima che diventasse antiquata l’archeologia di Biondo, composta da una mente fine che riusciva ad afferrare l’essenziale e intuire vie nuove e possibilità impreviste in qualsiasi argomento si cimentasse.

Con la De Roma instaurata era possibile avere finalmente un’idea abbastanza chiara della Roma antica, non solo per la topografia, ma anche per quanto concerneva lo sviluppo e la funzione degli edifici. In questo lavoro, accanto all’archeologo, si rivelava lo storico, lo studioso di istituzioni antiche accanto all’umanista che conosceva perfettamente i classici. Non c’è quindi da stupirsi se, dopo la Roma, la descrizione della città di Giovanni Tortelli (1400 c.a.-1466) – che si potrebbe considerare il primo discepolo di Biondo – non mostrò alcun progresso. Infatti, più che di un resoconto metodico e sistematico, la descrizione del curiale e consigliere di papa Niccolò V possedeva le caratteristiche di un catalogo ragionato. Le descrizioni della Roma antica del Tortelli e di Biondo furono seguite anche da altre, condotte sulle stesse linee direttrici, benché se ne continuarono a comporre altre ancora sul tipo medievale. E quindi, sia al giubileo del 1450 che all’incoronazione di Federico III (1415-1493) del 1452, quella che andò ancora per la maggiore fu la “topografia” dei Mirabilia o a essi ispirata: guide turistiche che non riservavano spazio per l’aspetto classico della città.

Pomponio Leto (1428-1497) non fu, è vero, autore di una esauriente descrizione della Roma classica paragonabile a quella di Biondo, ma se Biondo e Poggio furono i pionieri nello studio antiquario della città, Leto ne fu certamente il fulcro durante la generazione successiva. Infatti, la sua opera sulla topografia di Roma antica comprendeva una revisione – che andava però oltre il semplice emendamento del testo! – della cosiddetta Notitia regionum urbis Roma, vale a dire uno dei primi cataloghi delle regioni urbane, per quanto il suo lavoro più significativo possa essere considerato il testo degli Excerpta. Egli fu un antiquario di professione; tuttavia come archeologo fu superato da Bernardo Rucellai (1448-1514) – il figlio di Giovanni Rucellai († 1481), il famoso precettore dell’Alberti – vale a dire un dilettante. Bernardo combinò il metodo filologico di Biondo con l’accostamento pratico dell’architetto genovese, colorando il tutto con giudizi personali e indipendenti. Quando il Rucellai young visitò Roma nel 1471, in compagnia di Lorenzo de’ Medici († 1492) – sul quale non serve dire alcunché – e Donato Acciaiuoli († 1478) – grecista e latinista di fama nazionale – fece loro da guida nientemeno che l’Alberti stesso; tale scientifica conoscenza lo portò a utilizzare strumenti per misurare le rovine, come Biondo, e testi letterari – così come monete e iscrizioni od opere d’arte – per correggere le ponderazioni visive; si servì del disegno, per fissare schizzi di questo o quell’edificio antico, senza tralasciare tratto che l’avesse colpito come potenzialmente utile. Tutta questa scienza archeologica venne quindi trasposta nel De urbe Roma, dove il fiorentino non fu sempre d’accordo con i pareri espressi da altri studiosi di antichità prima di lui.

Successivamente solo Andrea Fulvio25(1470-1527) produsse qualcosa di rilevante; educato alla scuola di Pomponio Leto accettò Biondo come principale modello. E per quanto la sua Antiquaria Urbis non fu una descrizione dettagliata della città, egli seppe farsi notare da Leone X (1475-1521) – nel mentre firmava le autorizzazioni a radere al suolo la città, nella volontà di raddrizzare la via che conduceva al Campidoglio in vista dei festeggiamenti famigliari tenuti nel 1513 in onore di Giuliano e Lorenzo – il quale lo incoraggiò a preparare una versione dell’opera più completa. Incoraggiamento che egli accetto, tanto che le sue Antiquitates Urbis uscirono dai torchi – che tempismo! – nella primavera del 1527.

L’immagine cui gli umanisti, in questo periodo, facevano più frequentemente ricorso era quella di “ricerca sotterranea”; tuttavia per gli architetti quali l’Alberti († 1472) o – successivamente – il Palladio († 1580), non si trattava di rifare la Roma di Cesare o di Traiano: l’ambizione dell’architetto rinascimentale era di costruire la città ideale come poteva essere immaginata dai principî esposti da Vitruvio nel suo De architettura e dagli esempi forniti dall’urbanistica antica. Insomma, la rovina insegnava quello che doveva essere il monumento perfetto, permettendo di ritrovare i segreti, le forme e i procedimenti, grazie ai quali gli uomini moderni potevano eguagliare gli antichi in bellezza e valore tecnico. Lo spogliare le rovine da tutti gli elementi magici – come fecero il Leto, il Bracciolini, il Biondo, etc – voleva però dire… attualizzarle. Il nuovo interesse per gli antichi monumenti e le iscrizioni non si limitò al testo e ai caratteri. Infatti, antiche epigrafi vennero anche collocate su edifici pubblici e privati – nuovamente come prima dell’umanesimo – solo per questioni di estetica, in tal modo di prestigio. Come quando ad Ascoli Piceno fu portata alla luce dal vescovo Prospero Caffarelli († post 1500), verso il 1496, un’iscrizione dedicata alla Fortuna Redux (la divinità romana che proteggeva i combattenti e li faceva tornare a casa vittoriosi), che il prelato fece collocare su di un muro perimetrale della cattedrale, con vicino un’altra lapide in cui si ricordava questa “pia” opera di preservazione. Per questa attualizzazione dell’epigrafia – come vedremo in seguito sul Campidoglio – le iscrizioni classiche iniziarono a esercitare un grandissimo influsso sul mondo della cultura rinascimentale26, tanto che l’efficacia delle maiuscole lapidarie romane si avvertì anche al di fuori dell’ambito propriamente epigrafico. L’epitaffio di Francesco Barbaro (1390-1454) per il Gattamelata27 di Donatello (1397-1475) a Padova – Narnia me genuit | Gattamelata fui – e quello di Sir John Hawkwood/Giovanni Acuto († 1394), di Paolo Uccello (1386-1466) in Santa Maria del Fiore a Firenze, non sono altro che echi di Quintus Fabius Maximus, Quinti filius, dictator bis […].

Nominando Paolo Uccello non si può che far rilevare che anche gli artisti subirono il fascino delle epigrafi (i quali, a loro volta rendendole molto popolari, diedero il via a un gran numero di falsificazioni), da Jacopo Bellini († 1470) al – già citato – Mantegna († 1506), passando per Domenico Ghirlandaio († 1494), o meglio Bartolomeo Fonzio († 1513) che inventò l’iscrizione della di egli Adorazione dei pastori.

Fondamentale è rilevare che le nuove idee non sarebbero riuscite a imporsi se non avessero trovato un’eco favorevole nelle classi dirigenti e in coloro che esercitavano il potere; almeno in Italia, perché è ormai all’Italia che mi riferisco prevalentemente. Infatti, l’aristocrazia delle corti rinascimentali e delle repubbliche, come Firenze o Venezia, non ebbe difficoltà a identificarsi negli ideali del patriziato romano. Il principe e il poeta trassero allora entrambi profitto dal nuovo corso degli eventi: i letterati e gli artisti erano gli unici a poter conferire ai detentori del potere la gloria non di spada, senza la quale l’autorità legittima non era distinguibile dalla tirannia. La gloria divenne slogan.

Al centro della nuova cultura e dell’insegnamento rinnovato che essa intendeva promuovere si trovava la messa in discussione della storia che il medioevo aveva veicolato. Infatti Valla, contestando la veridicità intrinseca della Donazione, mise in crisi contemporaneamente l’ideologia imperiale e l’uso che per secoli la chiesa romana ne aveva fatto a proprio vantaggio. Nella stessa prospettiva, si assistette quindi a un tentativo di ricostruzione realistica della storia antica e si videro svilupparsi nuovi dibattiti sul ruolo della fase repubblicana e della fase imperiale della storia romana. Gli umanisti fiorentini – particolarmente il già qui incontrato Leonardo Bruni (1370-1444) – privilegiarlo il periodo repubblicano, sostenendo che il declino di Roma aveva avuto inizio all’indomani dell’instaurazione dell’impero e che, in seguito, il declino politico del mondo romano aveva coinciso con quello della letteratura e delle arti, tanto da considerare le invasioni come un mero “colpo di grazia”. Tale visione pro repubblicana fu inoltre avvalorata dalla considerazione che, se, mille anni dopo, Firenze e Venezia erano rigogliose, culturalmente così come economicamente, ciò lo si doveva al fatto che esse erano repubbliche esenti – formalmente – da lotte civili e cambiamenti costituzionali, e caratterizzate da un regime “misto”, come l’antica Repubblica. L’idea poteva ovviamente essere invertita. Infatti, non tutti gli umanisti condivisero queste opinioni e alcuni di essi, come Biondo Flavio nel suo erudito commentario a Livio, sottolinearono, anzi, che alcuni imperatori erano stati modelli di virtù romana e che la causa della decadenza di Roma doveva piuttosto essere ricercata nei contatti sempre più stretti con l’Oriente. Machiavelli, nei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, si spinse addirittura più lontano affermando – paradossalmente per l’idea di concordia repubblicana dell’epoca! – che era stato proprio il disaccordo tra la plebe e i patrizi che aveva reso potente lo stato romano, permettendogli di creare un impero benefico, ovunque, e che fu nel passaggio dalla repubblica all’impero che questa bella costruzione in equilibrio precario cominciò a essere scossa dalla spinta sfrenata dell’imperialismo.

Per quanto erudite possano essere state, o erudite oggi ci possano sembrare, queste furono chiaramente chiacchiere da bar. Tuttavia, qualunque fosse stata la loro visione metafisica o terrena riguardo Roma, tutti loro erano d’accordo nel riconoscere che la civiltà romana era la più perfetta di tutte quelle che erano esistite prima, e che la di essa ammirevole longevità era essenzialmente dovuta alla virtù degli uomini che l’avevano resa o mantenuta grande, repubblicani o imperiali essi fossero stati.

Se le rovine di Roma e gli antichi monumenti cominciarono ad apparire in una luce diversa e furono allora studiati sotto una nuova prospettiva, quella di «studio di oggetti, costumi [e istituzioni] allo scopo di ricostruire la vita antica», l’umanesimo non divenne universalmente – nella vita intellettuale italiana – una forte guida. Certo, a Firenze e a Ferrara le università non avevano opposto resistenza alla nuova scienza, ma altrove, nella reazionaria Bologna, oppure a Pavia, a titolo di esempio, le cose andarono diversamente. Spesso si dovette giungere a una specie di coesistenza pacifica tra vecchio e nuovo, infatti, per quanto si possa idealizzare il Rinascimento, fino alla fine del XVI secolo, la fisionomia delle università italiane, anzi di quelle europee, fu interamente medievale.

Archeologicamente parlando28, nel 1421, la ripresa dalla vita di corte, con il ritorno di Martino V dalla “cattività”, non modificò molto la situazione a Roma; soltanto sotto Eugenio IV (1431-1447) i primi segni del Rinascimento cominciarono a essere visibili nell’urbe, ma fu soltanto con la conclusione di Basilea che il papato poté praticare, con Niccolò V († 1455) e messe da parte le questioni conciliari, una politica più attiva, volta anche al restituire alla capitale pontificia qualche lustro. Niccolò ci provò, dando inizio alla demolizione della vecchia basilica di San Pietro e gettando le basi per un nuovo urbanesimo – definendo i tre assi principali della città – ma alla sua morte questi progetti non erano stati nemmeno abbozzati concretamente. Poi, i papi della seconda metà del XV secolo, in quella concezione artistica che ha giovato alle arti ma che ha posto le basi per la spaccatura luterana (se così si può semplificare giacché si considerarono soprattutto principi italiani), essi favorirono le lettere e le arti, secondo il nuovo gusto, e cercarono di rendere più bella la città ricorrendo ad artisti e letterati provenienti dai centri più avanzati. La curia romana fu un centro attivo di vita culturale e di eloquenza tanto che si assistette, in questo periodo, allo sviluppo di una vera e propria cultura della persuasione, basata sulla riabilitazione della topica – scienza dei luoghi comuni e del pensiero discorsivo – che concedeva un grande spazio ai simboli visivi e alle tecniche mnemoniche, conformemente alle lezioni di Cicerone († 43 a.C.) e di Quintiliano († 96). Certo, come è logico, non tardarono a manifestarsi disaccordi tra la fede e le nuove idee – poiché l’accento che gli umanisti ponevano sull’idea di natura e sulla bontà di quest’ultima potevano condurre a mettere in crisi le nozioni di peccato e di ascetismo veicolati dalla fede cristiana – e di conseguenza l’umanesimo non riscosse mai il consenso unanime da parte della Chiesa, né tanto meno quello della società contemporanea nella sua maggioranza. Nell’insieme, tuttavia, gli elementi d’intesa prevalsero, senza dimenticare che il terribile Lorenzo Valla – che fu canonico di S. Giovanni in Laterano, non bisogna dimenticarlo! – sostenne più volte candidamente che la religione cristiana e la vera cultura potevano convivere, anzi dovevano, l’una non escludendo l’altra. Con pragmatismo, indipendentemente da quali fossero i nascosti secondi fini, i due campi – umanista e pontificio – avevano comunque tutto l’interesse a sostenersi mutualmente, poiché entrambi condividevano la volontà di promuovere Roma come centro del mondo cristiano e della repubblica delle lettere.

Con Giulio II, Leone X e Clemente VII, principi italiani, la ricerca di una autentica convergenza tra la saggezza antica e la religione cristiana andò quindi ancora più avanti: le virtù morali ed erudite divennero l’anticamera del “parnaso cristiano” espresso dal Raffaello sulle pareti della stanza della segnatura. E non era questione di semplici affinità o vaghe connivenze, ma bensì di un programma cosciente e coerente sostenuto da alti dignitari ecclesiastici; la speranza di un rinnovamento della Chiesa attraverso l’azione congiunta della letteratura sacra e profana – che animava allora alcuni ambienti della curia romana e che condusse i suoi sostenitori a opporsi fermamente ai tentativi di riforma profetica e/o apocalittica promosse da Savonarola a Firenze – si coglie più facilmente se si riflette sul prevalere, nella stessa epoca, in filosofia, di una metafisica della luce e della visione d’ispirazione neoplatonica foggiata da Marsilio Ficino (1433-1499). «Ai tempi nostri la divina provvidenza ama far poggiare la religione sull’autorità razionale della filosofia, fin quando al tempo stabilito, come ha già fatto una volta, la confermerà ovunque con i miracoli. Per ispirazione quindi della Provvidenza abbiamo interpretato il divino Platone e il grande Plotino.» Inoltre, il cardinale e filosofo Egidio da Viterbo (1469-1532), analogamente, postulando un legame provvidenziale tra la grandezza di Roma e l’espansione del cristianesimo rendeva palese la dignità dell’uomo divinizzato… e, in effetti, aveva ragione! Sul piano politico la conclusione trionfale della reconquista, le vittorie degli spagnoli in Africa del nord, i successi portoghesi in Asia, così come la scoperta dell’America, sembravano autorizzare questo confronto storico e preludere a un’era di conversione generale – proprio di tutti popoli del mondo! – che avrebbe riunito l’umanità sotto l’autorità spirituale di Roma. Così, al giro di boa del Quattro-Cinque-Seicento, la Roma antica era vista – quasi – come superata. Bisogna immergersi in questo clima, trionfalistico e sincretistico, per capire quale fu l’impegno dei papi per fare di Roma la capitale della religiosità, dell’eleganza letteraria e delle arti rinascenti.

Per l’anno santo del 1475, Sisto IV (1414-1484) – oltre a iniziare la costruzione della cappella omonima e fondare la biblioteca vaticana – fece costruire ponte Sisto, il primo ponte edificato a Roma dalla fine dell’impero romano, e fece trasportare dal Laterano al Campidoglio alcune statue antiche. Nonostante le molte opere importanti, il papa Della Rovere non era tuttavia particolarmente interessato alle antichità di Roma: con la bolla del 7 aprile 1474 che condannava con la scomunica e ammenda chi deturpava e spogliava i luoghi sacri, infatti, egli cercò di preservare le chiese della città in vista del giubileo più che le antiche rovine romane. Sempre sul Campidoglio, nel 1537 Paolo III († 1549) – il più diligente lettore di Tacito in Italia – successivamente vi aggiunse la statua equestre di Marco Aurelio, il Caballus Constantini del quale ho già fatto menzione. Naturalmente, tali gesta propagandistiche non mirarono a rafforzare il prestigio di un luogo, il Campidoglio, che era già stato al centro dell’autonomia comunale, quanto piuttosto a stabilire una sorta di museo della grandezza romana del passato… museo che celebrava soprattutto coloro che celebravano! Infatti, comparvero, sempre più affollandolo, iscrizioni solenni su larghe lastre di marmo che encomiavano gli interventi di costruzione e restauro: al passato si sovrapponeva il presente.

Importanti lavori di urbanistica erano stati intrapresi anche sull’altra riva del Tevere, a partire dal pontificato di Giulio II, il quale, tra l’altro, aveva già inaugurato il grande cantiere della ricostruzione di San Pietro. Decidendo di ricostruire l’opera, programmaticamente, Giulio II si applicò per trasformare Roma nella nuova Gerusalemme in terra latina: con la nuova basilica vaticana, infatti, il papato ha voluto ricordare al mondo cristiano che il punto focale era ed era sempre stato costituito dalla tomba del principe degli apostoli (la cui autorità – sino alla fine dei tempi – era gestita dai suoi successori), e che Roma rimaneva la capitale religiosa del mondo occidentale – dopo Tordesillas – in piena espansione. Benché severamente criticato da numerosi contemporanei a causa delle spese enormi, il cantiere aperto da Giulio II fu invece piuttosto ben accolto dagli ambienti umanistici, provocando una nuova fiammata d’interesse per la città antica; ne sono testimonianza il libro di Francesco Albertini (1469 c.a.-post 1510), Opusculum de mirabilibus novae & veteris urbis Romae del 1510 e l’importante opera di Marco Fabio Calvo da Ravenna (1450 c.a.-1527), amico di Raffaello al quale originariamente era stata commissionata, cioè la realizzazione della prima vera pianta illustrata della Roma antica: Antiquae Urbis. Romae cum regionibus simulachrum. Tra le altre (e numerose) opere compiute da Giulio, bisogna anche annoverare l’apertura di via Giulia, la quale rispondeva all’idea di ripristinare il percorso trionfale degli antichi imperatori attraverso la capitale (creando una lunga via rettilinea parallela al fiume Tevere) e la costruzione del Belvedere sul Vaticano (edificio che ospitava le numerose statue antiche rinvenute a Roma durante i lavori urbanistici). Nel 1513 venne quindi ristabilita la celebrazione del Natale di Roma, ossia la data della fondazione della città nel 753 a.C., e la festa divenne occasione per giochi eruditi. Incredibilmente ai nostri occhi, tutta questa riscoperta archeologica e culturale dell’antico, invece di condurre al rispetto delle opere sopravvissute, al contrario, venne accompagnata da distruzioni e saccheggi di una ampiezza senza precedenti. La più dolorosa di tutte ebbe luogo comunque nel 1499, allorché fu abbattuta (quasi del tutto) la piramide comunemente nota come Meta Romuli, che i Mirabilia avevano identificato come tomba di Romolo. Era naturale! Durante il medioevo, spesse volte si trasformava un tempio antico in una chiesa, ma nel Rinascimento quando si costruiva una nuova chiesa, qualsiasi resto si trovasse sul posto, anziché essere incorporato nel nuovo edificio, era abbattuto e usato come materiale da costruzione. Tempi moderni!

Criticare la Roma pontificia è sempre stata una costante. Prima gli orientali, poi i vari riformatori, quali Bernardo († 1153) e Walter Map († 1210 c.a.)… o Hus. († 1415). Nel XV-XVI secolo, l’animosità contro Roma accrebbe ulteriormente, soprattutto nei paesi tedeschi, e i resoconti dei viaggi a Roma di Erasmo da Rotterdam (1466/1469-1536) nel 1509 e di Lutero (1483-1546) nel 1510 non lasciarono adito alle interpretazioni: Roma era divenuta una cloaca a cielo aperto, la nuova Babilonia. Nel 1520, Ulrich von Hutten (1488-1523) fu uno tra i primi a lanciare contro Roma delle invettive, ribadendo che le sole regioni che si potevano avere per recarsi alla città pontificia erano la (vana) curiosità, la lusinga del guadagno e il desiderio di condurre una vita licenziosa. Dopo Worms (1521), Lutero riprese esattamente gli stessi temi, ma c’era poco da riprendere… Roma era veramente un posto poco salubre e pio: 20.000 prostitute per una popolazione di 200.000 anime! Nell’immaginario collettivo, al simbolo della città santa si oppose quindi quello della nuova Babilonia (e nei paesi protestanti tale visione continua probabilmente a sussistere ancora oggi), l’immagine di una città corrotta dal denaro e dalla lussuria, dimora della grande meretrice di cui parla l’Apocalisse, oppure lo stesso Anticristo.

Alcuni anni dopo la spaccatura della Riforma, Roma dovette incassare un altro duro colpo, tanto più terribile in quanto inatteso, dal momento che le venne inferto dall’imperatore Carlo V (1500-1558) che ne era, in qualche modo, il protettore naturale. Il trauma provocato dal sacco del 1527 fu così potente da frantumare definitivamente un mito, quello della Roma intangibile, ed essere interpretato dai contemporanei come un segno celeste e una punizione lanciata sulla città e sul papato. La gravità del saccheggio fu anche dovuta alla concomitanza con un momento di crisi dell’umanesimo stesso: arrivando in Vaticano, dopo l’elezione del 1522, Adriano VI (1459-1523), fiammingo precettore di Carlo e considerato semplicemente come un pedante, davanti allo spettacolo delle statue antiche che i suoi predecessori avevano raccolto, si era domandato, senza mezzi termini, che cosa facessero a Roma degli idoli dei pagani… e il suo successore, Clemente VII (1478-1534) – sebbene non ne condivise le inquietudini – dopo il sacco perse – sebbene meno idealmente rispetto Adriano – la fiducia in quell’armonia tra cultura umanistica, arte nuova e potere pontificio, fondata sul carattere eterno dell’universalismo romano.

L’Europa del 1530, dopo gli accordi di Bologna del 1529, non aveva più né unità, né un elemento unificatore. A sacco “dimenticato”, il papato fu quindi costretto a ricostruire il proprio potere su di una base diversa rispetto la principesca Roma rinascimentale: su di una base teocratica, secondo le prospettive che saranno poi proprie di uomini come Roberto Bellarmino (1542-1621). L’umanesimo aveva condotto Roma nel baratro… non solo provocando la Riforma, ma anche a causa del nuovo ambiente erudito che si specializzava in sempre più campi. Il più terribile, per Roma, fu lo sviluppo del diritto. Dopo un periodo sonnecchiante, nel XVI secolo si assistette a una rinnovamento degli studi giuridici, ben illustrati da Jean Bodin (1529-1596) oppure – poi – Jean Hotman (1552-1636); nelle loro opere, entrambi negarono che il diritto romano fosse una realtà importante nel mondo moderno, giacché il diritto antico era troppo legato alle circostanze nelle quali esso si era sviluppato e, soprattutto, all’idea di impero che, soprattutto quest’ultimo, non aveva ormai alcun senso nell’Europa delle monarchie nazionali. L’istituzione del principe cristiano di Erasmo († 1536), La grande monarchia di Francia di monsignor Claudio di Seyssel († 1520), Il Principe di Machiavelli († 1527) e l’Utopia di Tommaso Moro († 1535), infatti, hanno in comune il fatto di non concedere uno spazio significativo non soltanto all’impero, ma nemmeno al papato, dal momento che «Roma non è più Roma». Zwingli (1484-1531) a Zurigo e Calvino (1509-1564) a Ginevra, andarono anzi addirittura oltre a quest’ultimo enunciato, tentando di realizzare nella comunità politica locale una comunità cristiana perfetta sul modello delle origini, giovandosi – in caso di necessità – dell’aiuto del potere municipale che, a differenza di quello pontificio o imperiale, non poteva pretendere di essere stato istituito da Dio, perciò non radicato nella magnificenza passata. L’idea fu, innegabilmente, geniale. In pochi decenni, la teocrazia ginevrina divenne una sorta di antitesi di Roma, diventando un esempio di pietà cristiana e di virtù, opposta alla decadenza morale e all’ignoranza della parola di Dio che regnava nella città dei papi.

Come se tutto ciò non bastasse, dalla seconda metà del XV secolo, nel mondo slavo si era anche affermata l’ambizione dei princìpi di Mosca di assumere la guida della cristianità ortodossa. In seguito al matrimonio con Sofia († 1503), figlia di Tommaso Paleologo († 1465), nipote dell’ultimo imperatore bizantino Costantino XI († 1453), Ivan III († 1505) aveva, infatti, reclamato per il proprio paese il diritto all’eredità spirituale e politica di Costantinopoli. Dal 1497, la rappresentazione dell’aquila bicefala sui sigilli russi rilevava difatti proprio le ambizioni imperiali dei moscoviti (negando l’idea della translatio imperii in favore dei franchi e poi dei sassoni); ambizioni che si fecero più precise quando il monaco Filoteo di Pskov († post 1510) fece passare culturalmente l’idea di Mosca come Terza Roma, ovvero quando Ivan IV († 1584) assunse direttamente il titolo di [Cea]tsar.

Ciononostante, una delle costanti (positive) della storia di Roma è sempre stata la capacità di rinascere: dopo i Galli nel 390 a.C., così come dopo Carlo V nel 1527. E questo fu esattamente quanto si produsse, appunto, dopo la crisi degli anni attorno al sacco dei lanzichenecchi; tuttavia il trauma era stato troppo forte e la scossa troppo profonda perché si potesse immaginare di tornare al passato. Infatti, per sopravvivere, Roma non poteva più contare sui simboli che avevano fatto la sua fortuna e doveva affrontare la sfida della storia e della modernità; inoltre, con lo strappo della riforma protestante, Roma non poteva più pretendere di costituire la forma consensuale della società occidentale… per questi motivi, a partire dal pontificato di Paolo III (1468-1549), il papato riprese e sviluppò, per più di un secolo, la politica di splendore monumentale rinascimentale, ma in un’ottica diversa – come già detto! – rispetto alla lussuosa vita di corte: la Chiesa avrebbe utilizzato strategicamente l’arte, il sentimento di bello e soprattutto sublime, per affermare a livello simbolico un primato che non le apparteneva più nei fatti: arte non più come principesca dimostrazione di potenza, ma come ostentazione. La Roma moderna dovette definitivamente affermare la propria superiorità rispetto alla Roma antica. Tra il 1535 e il 1575 Roma vide quindi sorgere palazzi e chiese dalle proporzioni spesso gigantesche e la città medievale fu con regolarità sacrificata alle nuove visioni di ordine e di armonia, sulle quali regnava una pleiade di architetti geniali, tra i quali spiccavano i nomi di Antonio da Sangallo il Giovane (1484-1546), Giacomo Della Porta (1532-1602) e Michelangelo (1475-1564); quindi anche i lavori della nuova basilica di San Pietro ripresero, sotto la direzione di quest’ultimo, e la cupola di Bramante fu portata a termine. Parallelamente, papa Farnese tentò anche di riformare il sistema cattolico. Invero, la memorabile accoglienza che nel 1535 il Papa riservò a Carlo V, vincitore dei turchi a Tunisi, non fu fine a se stessa. I tentativi di rendere Roma “più bella” coincisero, infatti, con una volontà di rigenerazione morale e spirituale, incarnata poi da uomini come Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù, e Filippo Neri (1515-1595), fondatore de La Congregazione dell’Oratorio; attraverso la canonizzazione e le beatificazioni (che succedettero numerose dopo il 1600), i giubilei, le processioni (particolarmente quelle della settimana santa che tanto impressionarono Montaigne), i papi del tempo cercarono di fare di Roma una città esemplare per la religiosità, un modello che potesse essere utile per la riforma spirituale e morale dell’Europa intera. È in questa prospettiva apologetica che si inserisce, nella riscoperta della Roma cristiana delle origini, quell’eterno tema della Roma sotterranea, alla quale nel 1632 Antonio Bosio (1575-1629) consacrò la propria opera fondamentale, appunto, Roma sotterranea, il primo studio classico della Roma cristiana… monumenti, iscrizioni, reliquie e liturgia costituivano ora, infatti, una nuova area alla quale i cattolici avevano buone ragioni di affidarsi giacché, sotto la pressione protestante, essi sentivano la necessità di eliminare le aggiunte tarde al loro culto, definitivamente e con le note a piè di pagina! Per la prima volta (perché paradossalmente il passato cristiano della città era tutto sommano meno noto rispetto a quello profano) si iniziò a insistere sulle origini apostoliche del papato e sull’antichità della devozione alla vergine Maria e ai santi… altro che Romolo e Remo! Cesare Baronio (1538-1607), infatti, dimentico di qualsiasi altra questione, rispondendo alle accuse lanciate contro la Chiesa dagli autori protestanti delle famose centurie di Magdeburgo, affermò l’importanza della continuità ininterrotta della chiesa romana lungo tutta la storia, dimostrandone la santità – non più grandezza o gloria – pubblicando nel 1586 la prima edizione del Martirologio romano.

Questa è l’epoca nella quale la Roma antica, cessando di schiacciare la Roma moderna, si fuse in essa – architettonicamente e culturalmente – con una sempre maggiore discrezione. Ormai non era più questione di esaltare il ricordo del passato, ma d’illustrare la continuità delle cose sino al momento “adesso”. Non a caso, questa è l’epoca in cui Roma venne disseminata di obelischi, recuperati nei circhi e innalzati in grandi piazze, come quello di San Pietro o di San Giovanni Laterano, dove la croce che li sormonta attestava la subordinazione del decoro antico al nuovo ordine visivo, volto a celebrare il trionfo della ragione cattolica.

Come già era accaduto nel secolo precedente, l’attenzione fu quindi nuovamente rivolta al latino… in maniera però diversa, diciamo restrittiva. In clima pienamente controriformista, infatti, furono vietate le traduzioni della Bibbia in volgare e fu proibito l’uso del volgare nella liturgia e nel culto: il latino, elevato a simbolo, divenne quindi quasi oggetto di culto… oggetto che andava salvaguardato a ogni costo, sia come lingua del potere sovrano dei pontefici, sia in ragione del valore atemporale e degli esempi morali degli uomini illustri – pagani e cristiani – che gli erano indissolubilmente legati. Attraverso il latino, Roma pretese d’insegnare il gusto, il sapere e la fede, all’universo intero. Ed è in questa linea di principio che bisogna collocare il progetto educativo dei nuovi ordini religiosi, quali i gesuiti e la loro ratio. Certo, l’antichità proposta agli allievi fu largamente censurata e gli autori “licenziosi” banditi dell’insegnamento (o precedentemente sottomessi alle esigenze della ratio purgandi), ma non sarebbe giusto attribuire un’eccessiva importanza a questa impresa moralizzatrice che non fu assolutamente sistematica: ciò che era più importante era l’apprendimento della retorica, scienza sovrana che, associando la bellezza della forma alla qualità del contenuto, inglobava e coronava tutte le altre. La storia divenne “scuola di vita” e Roma smise di costituire un orizzonte da scoprire, divenendo uno strumento intellettuale e una riserva inesauribile di modelli e di figure atte a preparare i giovani spiriti alle lotte di questo – o quello ormai! – mondo.

N.B. Prova a dare un’occhiata anche a Roma ideale (1/2) – Roma prima di Roma: perché nasce la nostra storiografia.

Bibliografia

A. Giardina, A. Vauchez, Il mito di Roma. Da Carlo Magno a Mussolini, Laterza, Roma-Bari, 2000.
A. Momigliano (a cura di Riccardo di Donato), Le radici classiche della storiografia moderna, Sansoni, Firenze, 1992.
F. Gilbert, Machiavelli e Guicciardini. Pensiero politico e storiografia a Firenze nel Cinquecento.
G. Clemente, Guida alla storia romana, Oscar Saggi Mondadori, Milano, 2008.
R. Weiss, La scoperta dell’antichità classica nel Rinascimento, Antenore, Padova, 1989 (ed. orig. Oxford 1969).
O. Diliberto, “Umanesimo giuridico-antiquario e palingenesi delle XII tavole”. 1, Ham. 254, Par. Lat. 6128 e Ms. Regg. C. 398. ASGP 2005 50: 83-116.

Note

  1. Convocato da Teodosio, sì ribadì il credo niceno e vi si promulgò una legislazione sempre più severa nei confronti dei seguaci del paganesimo.
  2. Convocato da Marciano, vi fu condannato il monofisismo, avvicinandosi ai copti ma allontanandosi da Roma.
  3. Inoltre, diverse città, per ostentare una qualche fratellanza con Roma, riscoprirono (o inventarono) leggendarie origini troiane, come avvenne a Padova nel XIII secolo (di cui parlerò più avanti).
  4. Si consideri che dopo il IX secolo però l’attività epigrafica ebbe un rapido declino, al punto che le iscrizioni divennero del tutto incomprensibili per chi aveva l’occhio abituato alla grafica gotica.
  5. Non bisogna però considerare gli uomini del medioevo con biasimo, infatti, il passato era semplicemente un qualcosa al di là della loro capacità cognitiva, fossilizzata nel presente, in attesa dell’apocalisse.
  6. A titolo di esempio, numerose leggende diffusero l’idea che gli imperatori romani avessero seppellito le loro enormi ricchezze nel sottosuolo della città. E molte altre leggende vennero riprese da Guglielmo di Melmesbury († 1143 c.a.) mentre altre passarono nei Mirabilia Romae urbis.
  7. Come manuale concernente i resti dell’antica città, i Mirabilia esercitarono un grandissimo influsso su tutti i successivi libri di topografia romana sino al Rinascimento ed erano ancora la più popolare guida di Roma nel Cinquecento, quando vennero ripetutamente stampati e tradotti in varie lingue.
  8. Che batté sia quella provvidenzialistica del ruolo dell’impero romano chiamato da Dio a preparare la strada dell’evangelizzazione di Eusebio, sia quella del suo maestro Agostino per il quale l’essenziale era la sopravvivenza della Chiesa.
  9. Ciò non impedì di attuare, dal XII-XIII secolo in avanti, comunque una qualche forma di legislazione protettiva (sulla colonna antonina o la colonna di Traiano a titolo di esempio).
  10. Questo monumento era famoso perché si credeva che nella sfera che lo sormontarla fossero conservate le ceneri di Giulio Cesare.
  11. D’altra parte, il clima intellettuale del XII secolo non era più quello dell’epoca carolingia!
  12. E sino al 1327 tutti i candidati all’impero si recheranno, più o meno volentieri, a Roma, rispettando la perniciosa Affermazione di principio del Papa abbastanza scrupolosamente.
  13. Come appena detto, (Dictatus papae, XXII).
  14. Che fu usata anche in un contesto anti-bizantino durante i prolegomeni dello scisma del 1054.
  15. Nella successione alla corona imperiale egli era il secondo. L’attribuzione del terzo ordinale dipese dal fatto che vi fu un Lotario II come re di Lotaringia, che venne inserito nella successione del trono tedesco.
  16. Non bisogna poi dimenticare che anche se si fosse seguito alla lettera il “richiamo dell’antichità”, l’espressione sarebbe rimasta romano-gotica. Ma, d’altra parte, un certo anacronismo storico è caratteristica di tutti tempi: anche in pieno Rinascimento, in arte, si raffiguravano spesso eroi antichi in abiti cinquecenteschi e più tardi, nel Seicento-Ottocento, la moda barocca e neoclassica di rappresentare monarchi, generali e uomini di Stato in costume romano riflette, sia pure a rovescio, la medesima concezione.
  17. Alla nota 33.
  18. In epoca fascista è stata prima spostata a un lato della piazza e, successivamente, nel 1942 le è stata affiancata la tomba del Lovati.
  19. Se Biondo fu il padre dell’archeologia romana, Petrarca ne fu certamente l’avo. Come critico di antichi testi egli non ebbe rivali fino al secondo quarto del Quattrocento con l’apparire di Lorenzo Valla. Nessuno studioso della sua epoca o di quelle successive riuscì a fare tanto in questo campo con così pochi strumenti a disposizione. Egli preferiva i testi ai monumenti, la letteratura all’arte, ma è anche vero che sapeva cogliere il linguaggio profondo degli “avanzi”.
  20. Si consideri che così come Dante, quando accenna all’antica statua di Marte (ancora visibile ai suoi tempi) a una estremità del ponte vecchio di Firenze, non dissimula il proprio disprezzo per ciò che egli giudica un residuo di una superstizione, ancora viva nonostante il cristianesimo; c’era molto che lasciava indifferenti gli umanisti, per quanti sommi fossero.
  21. L’incoronazione di Albertino Mussato († 1329) aveva risuscitato un’antica istituzione e creato un precedente. Nel 1341, il grande evento ebbe luogo.
  22. E fu la prima copia di un’iscrizione greca a opera di uno studioso occidentale.
  23. Tra tutti pittori del Rinascimento Andrea Mantegna fu certamente quello che più di ogni altro subì l’influsso dell’antichità classica: egli ne assimilò lo spirito tanto profondamente che suoi dipinti sono addirittura popolati di statue romane, anche quando il soggetto non ha nulla che fare con l’attività. Non meraviglia quindi apprendere che gli collezionò diligentemente pezzi di scultura antica. Nel suo caso non c’era soltanto il desiderio dell’artista ansioso di raccogliere modelli da usare, ma anche l’entusiasmo del umanista, felice soltanto quando era circondato da resti dell’antica.
  24. Raccogliere iscrizioni, comunque, non rimase a lungo monopolio degli italiani. Alcuni umanisti tedeschi che avevano studiato e soggiornato in Italia, infatti, seguirono presto l’esempio dei loro colleghi; tra di essi il più importante è Hartmann Schedel (1440-1514), con il suo Opus de antiquitatibus cum epitaphiis.
  25. Ad Andrea furono attribuite le Illustrium imagines, la prima stampa di una raccolta di riproduzioni di antiche monete (con lo scopo di fornire un repertorio iconografico dei romani famosi).
  26. In questo campo svolse un’azione determinante Leon Battista Alberti con le iscrizioni sul suo tempio malatestiano; e l’influsso dell’Alberti è visibile nelle lettere inserite da fra Luca Paciolo (1445 c.a.-1517) nel testo De divina proportione, pubblicato a Venezia nel 1509. Tuttavia il primo vero libro di modelli fu quello di Felice Feliciano, accompagnato da istruzioni sul modo di tracciare le lettere stesse.
  27. Erasmo da Narni († 1443), capitano di ventura al servizio prima di Firenze, poi del Papa e quindi della Repubblica di Venezia, per la quale difese Verona dai Visconti.
  28. Chi abbia cominciato a scrutare e a esaminare gli antichi resti con occhi curiosi per scoprirne la natura, la tecnica di costruzione, le regole seguite dai costruttori, è difficile da stabilire. Dobbiamo credere a quanto dice Antonio Manetti (1423-1497) nella sua Vita del Brunelleschi, cioè che si deve collegare questo nuovo metodo non tanto a un umanista letterato ma piuttosto all’attività del Brunelleschi († 1446) e di Donatello († 1466) a Roma nei primi anni del secolo? Nì, perché una contemporaneità di residenza romana è impossibile, tuttavia la padronanza che il Brunelleschi acquisì dell’architettura romana antica e la profonda conoscenza dell’antichità di Donatello presuppongono un diligente studio di quanto rimaneva della Roma del passato da parte di entrambi; così, anche se i particolari forniti dal Manetti possano essere imprecisi, quanto egli dice è sostanzialmente vero.
7 luglio 2012