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Friuli, la maschera filmica del regime fascista

Durante il conflitto del 1915-1918 la necessità di figurarsi lo scenario bellico da parte della popolazione civile incentivò la produzione di immagini di finzione volte a proporre la faccia corretta della guerra. Il Friuli, ovvero il saliente del fronte italo-austriaco, vide, di conseguenza, immediatamente impegnati i reparti cinematografici dei diversi eserciti belligeranti operanti per la rettorica della guerra sulla giustezza della causa, l’esaltazione della “bella morte”, etc. Con la fine delle ostilità, tanto fu grande lo scempio del territorio (dal momento che ogni singola collina, ogni singola quota a ridosso del fronte era divenuta famosa per una qualche strage), la regione rimase al centro dell’attenzione mediatica. Il culto dei caduti che l’interesse in tempo di guerra generò fu, di fatto, l’epopea di una giovane Italia uscita vittoriosa – se mai qualcuno vinse realmente – da un conflitto che aveva suicidato l’Europa positivista sull’altare della follia.

In Italia, nell’immediato dopoguerra, vennero prodotti documentari, prima muti e poi con musiche e commenti, tutti riferenti, appunto, alla memoria del conflitto, alla memoria della sofferenza, dell’eroismo: Dal Grappa al mare, Gorizia e i campi di battaglia, Gloria, La battaglia del Piave, Friuli la sentinella della patria (di cui parlerò in seguito) e molti altri tra cui il sinceramente commovente Trasporto del milite ignoto da Aquileia a Roma che esaltò lo spirito di abnegazione del fante italiano – e noi adesso lo sappiamo, dopo aver letto Emilio LussuCarlo Salsa e altri – mandato a morire da una gerarchia militare universalmente incapace di interpretare la realtà della guerra moderna.

La creazione del privato Istituto L.U.C.E. nel 1924, voluto per “dar vita nell’Italia fascista a un movimento di cultura a mezzo del cinema”, si rivelò quindi (dopo la nazionalizzazione mussoliniana del 1925) funzionale alla coltivazione di una perenne memoria della guerra che impose il Friuli come principale scenografia per i vari documentari su visite e cerimonie in occasione delle ricorrenze belliche, per le parate, i discorsi e le esercitazioni militari. Successivamente però, sempre negli anni Venti, si realizzarono diversi documentari, all’apparenza più pacifici, tendenti a fascistizzare le feste popolari e le tradizioni contadine, ovvero a collegare conseguentemente passato e presente, ostentando nel frattempo la poco rustica capacità industriale del reparto navale dell’alto Adriatico e le opere di ingegneria civile atte a modernizzare la regione. Questi propositi furono, di fatto, una dichiarazione di poetica, esposta programmaticamente nel 1927 in Friuli, sentinella della patria. Un lungo documentario che venne elevato a modello cinematografico da seguire per tutto il resto del Regno. Memoria storica, memoria mitica, tradizioni, culto del sacrificio italico: il folclore, il pittoresco e l’esaltazione del mondo contadino furono la maschera filmica dalla propaganda di regime.

Palmanova 1937
Fiera del grano, Palmanova. 1937

Nei cinegiornali L.U.C.E. il Friuli delle tradizioni prese lentamente il sopravvenuto. Infatti, nei documenti filmici raramente si vedono trattori o macchine agricole (elementi tipici della battaglia del grano), preferendo dare un’immagine di semplicità agreste con carretti trainati da buoi che non stonano per niente nello spensierato – ma finto – mondo campagnolo di una volta. Rusticità che, insomma, non veniva nascosta, ma al contrario scrupolosamente ostentata, anche quando ai vestiti tipici si mischiavano le istituzionali e stracittadine camice nere. Si dovrà aspettare appena il 1937 per vedere un po’ di futuro in Friuli con un documentario, uno degli ultimi, sulla fiera del grano di Palmanova. La facciata di operosità strapaesana celava però, ed è bene sottolinearlo, una realtà formalmente depressa. Nessuno in Italia (meno che meno all’estero dopo il fattaccio dell’Etiopia) comprava i prodotti friulani e i prezzi erano troppo bassi per permettere agli agricoltori di ripagare le modernizzazioni effettuate a debito. La conseguenza di questa congiuntura, com’è facilmente intuibile, fu il peggioramento sistematico della qualità di vita. Mentre nel resto d’Italia si cercava di trasformare il bracciante in uomo legato alla terra, in Friuli le file del bracciantato si andavano ingrossando. E tale condizione era stata più volte messa in evidenza dai questori, i quali ebbero a comunicare le loro perplessità ufficialmente (sebbene privatamente) a Mussolini, senza ottenere soluzioni di ampio respiro, né efficienti né efficaci.

Esercitazioni d’artiglieria, Gemona. 1931

Per tutti gli anni Venti il Friuli non subì inflazioni in ambito militare: la regione era e continuava a essere una zona di confine fortemente militarizzata. Negli anni Trenta vennero realizzati una serie di documentari volti a evidenziare la potenza delle forze armate, dei reparti alpini, dell’artiglieria da campagna, della cavalleria e delle recenti truppe corazzate leggere, nonché a celebrare eventi bellici risorgimentali, giacché un po’ di rettorica non fa mai male: Gemona, esercitazioni d’artiglieria, Codroipo, esercitazioni di truppe celeri e carri armati leggeri, Palmanova, il 72° anniversario della battaglia di Villafranca. Riprese di mera propaganda che, se confrontate con le realtà militari europee, ridicolizzavano l’esercito italiano per l’antiquaria tecnica proposta se non (come nel caso delle scatole di sardine) moderna, sì, ma completamente inutile.

Per quanto concerne la produzione, l’operosità delle fabbriche e in special modo dei cantieri navali, essa venne esaltata principalmente con l’utilizzo delle cifre, ovvero della contabilizzazione della produzione fattiva. Infatti, nei cinegiornali il “genio italico” veniva costantemente osannato trasformando gli operai in fantasmi, comparse la quale capacità e fatica veniva collettivizzata: quasi mai comparivano scene della fase produttiva, preferendo presentare la scena di varo o del prodotto finito come fosse uscito dal cilindro di un mago. Sia per le navi, sia per i sommergibili, sia per le grandi opere civili, le maestranze venivano nascoste e presentate al pubblico come dei numeri. Il titolo del documentario S.A.R. il Duca d’Aosta inaugura il ponte sull’Isonzo che collega le province di Trieste e Udine. Il ponte di Pieris è lungo 434 metri su quindici arcate. La costruzione ha impiegato 65 mila giornate operaie chiarisce questa programmatica depersonificazione. In questo filmato il ponte viene inquadrato una volta finito, una volta inaugurato, una volta utilizzato. Niente di più. Perché? Perché questo e altri ponti, così come centinaia di argini e strade, se è vero che modernizzavano un Friuli particolarmente arretrato, essi non sempre erano necessariamente necessari. Per una regione particolarmente depressa la carità del lavoro era fondamentale. Era tutto sommato meglio far costruire un ponte nuovo piuttosto che ripararne uno vecchio danneggiato dalla guerra. Sì, la produzione in sé, decantata, non contava, quello che importava era solamente il ponte finito.

S.A.R. il Duca d’Aosta inaugura il ponte […], Pieris. 1932

Innegabilmente, in linea di massima, durante il ventennio fascista furono fatti passi in avanti nel settore delle opere pubbliche, ma con il passare del tempo si preferì favorire quelle opere utili prevalentemente alle gerarchie locali del regime fascista, ovvero a quegli interventi estemporanei dettati più da esigenze di propaganda che da vera necessità, case del balilla e strutture dell’opera nazionale dopolavoro.

Con le prime guerre fasciste, l’Etiopia, la Spagna e poi i vari fronti della seconda guerra mondiale, i documentari dell’Istituto L.U.C.E. si interessarono sempre meno alle realtà locali ponendo invece l’accento sugli eventi di propaganda bellica: S.A.R. Il duca d’Aosta presenzia alla consegna del gagliardetto alle camice nere dell’XI battaglione in partenza per l’Africa Orientale e assiste a Tolmetto a un’ardita esercitazione dei militi della scuola di roccia, Le solenni onoranze funebri di cinquecento caduti in guerra traslate nella cripta del nuovo tempio-ossario [di Udine] alla presenza del capo di stato maggiore della milizia generale Russo, etc… Dopo il 1936, insomma, in Friuli i servizi per i cinegiornali divennero sempre più occasionali e sempre più inquadrati attorno alle esigenze politico-militari del regime fascista. L’ultimo grande documentario, in questo senso, fu La visita del Duce nelle Tre Venezie del 1938, particolarmente importante perché in quell’occasione venne portata alla luce per la prima volta la “questione ebraica”, in contrasto con la linea italiana palesata nel discorso di Bari del 19341, cioè la necessità di uniformare la tenue politica razziale italiana a quella dichiaratamente antisemita tedesca2.

È questa, o triestini e triestine, la quarta volta che ho la ventura, l’onore e la gioia di rivolgervi la parola. La prima fu nel dicembre del 1918, quando nell’aria della vostra città e nelle vostre anime c’era ancora, visibile e sensibile, la vibrazione del grande evento che si era compiuto con la Vittoria. Tornai nel 1920 e 1921, quando eravamo tormentati dalle questioni di pace mediocre e per alcuni aspetti storta, mentre lo squadrismo triestino ripuliva energicamente ed eroicamente la vostra città dai molti, dai troppi reliquati dell’antico regime. Dopo molti anni torno tra voi e sin dal primo sguardo ho potuto riconoscere il grande poderoso balzo innanzi compiuto dalla vostra, dalla nostra Trieste. Non sono venuto tra voi per rialzare il vostro morale, così come gli stilopennivori d’oltre monte e d’oltre mare hanno scioccamente stampato. Non ne avete bisogno «No! No!» perché il vostro morale fu sempre altissimo. Né sono venuto per sottolineare dinanzi agli italiani gli interessi e i sentimenti della vostra città, perché gli italiani da parecchie generazioni hanno il nome di Trieste nel cuore. Sono venuto per vedere ciò che avete fatto e per vedere altresì come sia possibile di bruciare rapidamente le tappe per giungere alla meta. Sono venuto per ascoltarvi e per parlarvi. Non ci sono svolte particolari nella storia di Trieste che non siano svolte, fasi, cicli della comune storia della patria. Quando nel 1866 il giovane Regno d’Italia, alleato militarmente con la Prussia, fermò i suoi confini all’Judrio, sembrò ai superficiali che il destino di Trieste fosse sigillato. Sedici anni dopo Trieste risponde col gesto di Oberdan, mentre l’irredentismo infiammava tutta la gioventù italiana. Nel 1914 la duplice monarchia getta i dadi, tenta la partita suprema: la perde. Quattro lunghi anni di attesa per voi, o triestini, più lunghi del cinquantennio precedente. Viene la Vittoria. Voi siete ricongiunti politicamente all’Italia, dico politicamente, perché spiritualmente lo foste in ogni tempo. Liquidata questa posizione storica, il vostro retroterra imperiale era in frantumi; ma Trieste riprende animosamente la marcia con il suo spirito d’iniziativa, con le sue tradizioni marinare, con la sua lunga preparazione. Ciò che ha fatto in questo ventennio, italiani e stranieri possono constatare e devono ammirare. Vent’anni dopo, nel marzo del 1938, si compie un evento fatale, che si delineava già dal 1878, come voi ben sapete. Milioni di uomini lo hanno voluto, nessuno si è opposto. Trieste si trova di fronte a una nuova situazione, ma Trieste è pronta ad affrontarla e a superarla; Trieste sa che la geografia non è un’opinione e si vendica a lungo andare di coloro che tale la stimano. Trieste conta sulle sue forze, Trieste non può voltare, non volta, non volterà mai le spalle al suo mare. Triestini! Vi sono dei momenti nella vita dei popoli in cui gli uomini che li dirigono non devono declinare le loro responsabilità, ma devono fieramente assumerle in pieno. Quello che sto per dirvi non è soltanto dettato dalla politica dell’asse Roma-Berlino, che trova le sue giustificazioni storiche, contingenti, né soltanto dal sentimento di amicizia che ci lega ai magiari, ai polacchì e alle altre nazionalità di quello che si può chiamare lo stato mosaico numero due. Quello che sto per dirvi è dettato da un senso di coscienza che vorrei chiamare, più che italiana, europeo. Quando i problemi posti dalla storia sono giunti a un grado di complicazione tormentosa, la soluzione che si impone è la più semplice, la più logica, la più radicale, quella che noi fascisti chiamiamo totalitaria. Nei confronti del problema che agita in questo momento l’Europa, la soluzione ha un nome solo: plebisciti. Plebisciti per tutte le nazionalità che li domandano, per le nazionalità che furono costrette in quella che volle essere la grande Cecoslovacchia e che oggi rivela la sua inconsistenza organica. Ma un’altra cosa va detta, ed è che a un certo momento gli eventi assumono il moto vorticoso della valanga, per cui occorre fare presto se si vogliono evitare disordini e complicazioni. Questo bisogno del far presto deve essere stato sentito dal primo ministro britannico, il quale si è spostato da Londra a Monaco, messaggero volante della pace, perché ogni ritardo non affretta la soluzione, ma determina l’urto fatale. Questa soluzione sta già, malgrado la campagna di Mosca, penetrando nel cuore dei popoli europei. Noi ci auguriamo che in queste ultime ore si raggiunga una soluzione pacifica. Noi ci auguriamo altresì che, se questo non è possibile, il conflitto eventuale sia limitato e circoscritto. Ma se questo non avvenisse e si determinasse pro o contro Praga uno schieramento di carattere universale, si sappia che il posto dell’Italia è già scelto. Nei riguardi della politica interna il problema di scottante attualità è quello razziale. Anche in questo campo noi adotteremo le soluzioni necessarie. Coloro i quali fanno credere che noi abbiamo obbedito a imitazioni, o, peggio, a suggestioni, sono dei poveri deficienti ai quali non sappiamo se dirigere il nostro disprezzo o la nostra pietà. Il problema razziale non è scoppiato all’improvviso come pensano coloro i quali sono abituati ai bruschi risvegli, perché sono abituati ai lunghi sonni poltroni. È in relazione con la conquista dell’Impero; poiché la storia c’insegna che gli imperi si conquistano con le armi, ma si tengono col prestigio. E per il prestigio occorre una chiara severa coscienza razziale che stabilisca non soltanto delle differenze, ma delle superiorità nettissime. Il problema ebraico non è dunque che un aspetto di questo fenomeno. La nostra posizione è stata determinata da questi incontestabili dati di fatto. L’ebraismo mondiale è stato, durante sedici anni, malgrado la nostra politica, un nemico irreconciliabile del fascismo. In Italia la nostra politica ha determinato negli elementi semiti quella che si può oggi chiamare, si poteva chiamare, una corsa vera e propria all’arrembaggio. Tuttavia gli ebrei di cittadinanza italiana, i quali abbiano indiscutibili meriti militari o civili nei confronti dell’Italia e del Regime, troveranno comprensione e giustizia; quanto agli altri, si seguirà nei loro confronti una politica di separazione. Alla fine il mondo dovrà forse stupirsi più della nostra generosità che del nostro rigore; a meno che i semiti d’oltre frontiera e quelli dell’interno, e soprattutto i loro improvvisati e inattesi amici che da troppe cattedre li difendono, non ci costringano a mutare radicalmente cammino. Per quanto più particolarmente vi riguarda, o triestini, tutto sarà fatto per alimentare e potenziare il vostro emporio, che è il secondo d’Italia; sarà dato lavoro alle vostre officine e ai vostri cantieri, che hanno una fama meritamene mondiale. Ma per noi fascisti la fonte di tutte le cose è l’eterna forza dello spirito; ed è per questo che rivendico a me il privilegio di realizzare quello che fu l’ideale bisecolare della vostra città, l’università completa nei prossimi anni. Padova, Che fu per tanti secoli il solo ateneo delle genti venete, nel suo vigilante patriottismo comprende e sarà Padova che offrirà il gonfalone alla neo-consorella giuliana. Triestini e triestine! Dopo quanto vi ho detto io vi domando: c’è uno solo fra voi di sangue e di anima italiani «Tutti!» che possa per un solo istante – dico per un solo fugacissimo istante – dubitare dell’avvenire della vostra città «No!» unita sotto il simbolo del littorio che vuol dire audacia, tenacia, espansione e potenza? «No!». Non abbiate qualche volta l’impressione che Roma, perché distante, sia lontana. No, Roma è qui. È qui sul vostro Colle e sul vostro mare; è qui, nei secoli che furono e in quelli che saranno, qui, con le sue leggi, con le sue armi e col suo re.

Trieste, 18 settembre 1938. 

Piazza Unità d’Italia, Trieste. 1938

Il giorno seguente Mussolini a Trieste visitò il sacrario di Oberdan e salì sul colle di San Giusto, ripercorrendo fisicamente la toponomastica del discorso, quindi si diresse a Postumia arrivando sino al confine con la Jugoslavia dove, atteso da un rappresentante del governo dell’accomodante col nazi-fascismo Milan Stojadinović, passò in rassegna le truppe salutandole in lingua serbo-croata e invocando l’aiuto e la protezione di Dio per loro. Truppe le quali – beffardamente, con cognizione di causa – formalmente risposero «Dio aiuti te!». L’incontro tra le autorità italo-jugoslave fu molto cordiale3 e dopo una tappa sui luoghi memorabili del Carso il Duce si recò a Gorizia, in piazza Vittoria, ove il 20 settembre pronunciò un discorso rettorico sulla guerra, non troppo interessante in questo contesto, e quindi si recò a Udine, arrivando a sera già inoltrata e favorendo la Fotografia della bella ambientazione della loggia del Lionello in piazza Vittorio Emanuele III (oggi denominata della Libertà).

Camicie nere! Torno tra voi nel ventennale della Vittoria, esattamente sedici anni dopo il mio discorso annunciatore della marcia su Roma. Volli allora venire tra voi perché Udine era stata la capitale della guerra, perché milioni di Italiani sono passati per le vostre strade, hanno sostato nella vostra città, hanno apprezzati la magnifica, fraterna ospitalità del popolo friulano. Noi non amiamo soffermarci troppo sul passato, perché la nostra volontà ci spinge sempre verso il futuro; tuttavia non sarà male ricordare e domandarci che cosa era l’Italia il 20 settembre del 1922.L’Italia era allora un popolo che soffriva perché la pace non era stata adeguata ai suoi immensi sacrifici, un popolo che non poteva più credere nei governi che si succedevano troppo rapidamente e con figure sempre più effimere. È in queste condizioni che il fascismo impegnò la sua battaglia. Eravamo decisi a tutto, anche a combattere se fosse stato necessario, pur di vincere e di attuare il programma che io enunciai nella vostra città. Sono passati sedici anni. L’Italia oggi è un popolo fieramente in piedi; l’Italia oggi è uno Stato; l’Italia è un Impero. Il popolo, quello delle officine e quello dei campi, non è estraneo alla vita dello Stato, si sente protagonista della vita dello Stato: questo è il significato profondo della rivoluzione fascista. Se noi volessimo stabilire il consuntivo di questi sedici anni troveremmo che il bilancio è confortantissimo. Abbiamo sicure le nostre frontiere, abbiamo riconquistato la Libia, abbiamo liquidato tutte le vecchie pendenze diplomatiche di una pace zoppa, e siamo forti per terra, per mare, per cielo come non fummo mai. Ma oltre alla potenza delle armi, noi possediamo oggi la potenza dello spirito, cioè la compattissima unità morale dell’intero popolo italiano. Io vorrei che taluni melanconici stranieri, eternamente sfasati di fronte alla realtà italiana, assistessero a queste manifestazioni e udissero il vostro grido che ha il rombo del ciclone e dell’uragano. Allora dovrebbero stracciare le loro inutili carte, recitare un atto di contrizione, perché, o camerati, una delle più gravi malattie di cui soffre il mondo contemporaneo è lo spaccio della menzogna. Soprattutto quando si tratta dell’Italia, perché, evidentemente, a molti stranieri, piaceva di più il popolo dell’altra epoca, perché per molti stranieri – e questi stranieri noi abbiamo tutto il diritto di disprezzarli – il popolo italiano doveva esistere semplicemente per interessare e per divertire i popoli oltre frontiera. Tutto ciò è finito, tutto ciò è irrevocabilmente finito. «Sì, sì, per sempre!». Preferiamo di essere temuti e non ci importa nulla dell’odio altrui perché lo ricambiamo. Bisognerà che il mondo faccia conoscenza di questa nuova Italia fascista: Italia dura, Italia volitiva, Italia guerriera. Sedici anni di fascismo si vedono nell’ammirevole contegno che il popolo italiano ha tenuto in questi giorni. Altri popoli hanno avuto delle crisi, degli alti e bassi, anche dei terrori. Il popolo italiano non ha perduto la sua calma, non c’è stato bisogno di raccomandargli il sangue freddo «Lo abbiamo!» perché venti anni di guerra, di battaglie, una rivoluzione come quella fascista, hanno fatto dell’anima italiana un blocco di temprato metallo. E se domani questo popolo fosse chiamato ad altre prove non esiterebbe un minuto solo. «Subito! Subito! Siamo pronti!». Camicie nere di Udine! Se io vi dico che è con profonda commozione che io ritorno fra voi, mi dovete credere. «Sì!, sì!». Ma sono fiero soprattutto di constatare che il vostro spirito non ha subito in guisa alcuna le fluttuazioni del tempo. «No! No!». Voi siete gli stessi, voi avete lo spirito di allora, voi siete pronti «Sì!, sì!» ad ubbidire come allora, voi siete pronti a credere come allora, e soprattutto a combattere come allora. Allora marciammo su Roma; negli anni successivi la marcia partì da Roma. Non è ancora finita. Nessuno ha potuto fermarci. Nessuno ci fermerà.

Udine, 20 settembre 1938. 

Dopo una breve tappa a Torviscosa, il viaggio di Mussolini continuò per il Veneto. Così come a Trieste, Gorizia e Udine, si susseguirono i discorsi e i bagni di folla dimostrando, utilizzando una felice espressione di Piero Gobetti, che il popolo italiano ha sempre vestito l’abito da cortigiano palesando lo scarso senso della propria responsabilità. Certo, a grandi linee – ieri come oggi – le cose sono sempre le medesime, il popolo italiano continua a vestire l’abito del cortigiano, eppure i tempi, essendo diversi, pretendono diversi strumenti. Sicuramente, per quanto i cinegiornali fossero confezionati ad hoc, le piazze erano effettivamente stracolme e la folla, conscia o meno di quello che le stava succedendo attorno, era effettivamente partecipe e convinta del bene. Questo perché in piazza le incoerenze (vedi il mussoliniano cambio di rotta sulla questione razziale) non si sentono; in piazza le minacce non colpiscono i presenti, tutti gli altri sì, ma i presenti no; in piazza il tempo si ferma e si vive solamente il presente, in quel momento. Tale sistema di consenso, fondato sull’isteria e sulla poca memoria storica che la piazza possiede come organismo a sé stante oggi non potrebbe funzionare. Infatti, le nuove tecnologie, non più unidirezionali – perché non si possono considerare il dialogare della piazza con Mussolini come realmente un chiacchierare sullo stesso piano, «No! No!» – oggi permetterebbero immediatamente di smentire l’oratore, imponendo magari rettifiche multimediali. Cosa sarebbe successo a Trieste se nel 1938 ci fosse stato Twitter e qualcuno avesse twittato la verità? ovvero cosa sarebbe successo al fascismo se i discorsi di Benito Mussolini fossero stati analizzati con tag cloud in grado di far capire la rettorica del discorso che fa acclamare per campanilismo facendo però passare, un po’ in sordina magari, bordate che nessuno si aspetta, come l’agghiacciante idea sia necessaria una severa coscienza razziale che stabilisca […] superiorità nettissime.

YOLO è l’acronimo di you only live once ed è particolarmente usato come hashtag, oppure comicamente con Meme e immagini .gif su siti quali 4chan, HUGELOL, etc…

Incuriosito da cosa sarebbe venuto fuori se all’epoca si fosse effettuata un’analisi di stampo giornalistico moderno mi sono preoccupato di creare un programma informatico, in PHP, per estrapolare le mussoliniane parole chiave da alcuni discorsi. Il risultato – perché non si parli più di fascismo buono e non si dica più, tra l’altro, “ma chi se lo sarebbe mai potuto immaginare?” –  è questo:

Idee programmatiche fasciste

DISCORSI ANALIZZATI

23 marzo 1919, Discorso sulla fondazione dei fasci di combattimento; 21 giugno 1921, Primo discorso alla Camera; 27 ottobre 1922, Proclama della marcia su Roma; 16 novembre 1922, Discorso del bivacco; 3 gennaio 1925, Discorso sul delitto Matteotti; 4 novembre 1925, Discorso per il settimo anniversario della Vittoria; 18 dicembre 1932, Discorso per l’inaugurazione della città di Littoria; 9 maggio 1936, Discorso di proclamazione dell’Impero; 29 ottobre 1937, Discorso per l’inaugurazione della città di Aprilia; 26 settembre 1938, Discorso di Verona; 26 marzo 1939, Discorso per la celebrazione del ventennale del fascismo; 10 giugno 1940, Annuncio della dichiarazione di guerra;  18 novembre 1940, Annuncio della dichiarazione di guerra alla Grecia; 18 settembre 1943, Discorso per la fondazione della R.S.I.; 16 dicembre 1944, Discorso del “Lirico”.

CONSIDERAZIONI AGGIUNTIVE

Mi scuso per la poca sistematicità nella scelta dei discorsi e per il non (ancora?) ottimizzato motore di indicizzazione delle parole. Le immagini e i filmati sopra inseriti nell’articolo sono da considerarsi a scopo educativo e tutti i diritti rimangono di proprietà dell’Istituto L.U.C.E.

NOTE

  1. http://www.youtube.com/watch?v=8yiPaiuSsrc
  2. Per quanto programmaticamente si cerchi di sostenere che tali idee non erano solo dettate dalla politica dell’Asse.
  3. Trovo rilevante riportare uno stralcio del discorso di fine giornata di Mussolini: Sono molto lieto di avere passato in rassegna un reparto del valoroso esercito jugoslavo. Sono lieto che ciò sia avvenuto su questa frontiera che congiunge due popoli amici. Tali siamo sulle nostre frontiere terrestri e marittime, tali intendiamo rimanere per l’avvenire. Da questo lembo di terra jugoslava desidero giunga il mio saluto alle supreme autorità jugoslave e in particolar modo al capo del governo, dottor Milano Stoiadinovic.
28 aprile 2013