Ricordo ancora la prima volta che è successo, anche se per realizzare che era successo ci ho messo almeno due lustri. Avevo 16 anni; ero seduto davanti alla mia fantastica Amiga 500 e stavo giocando con 4 poligoni che si muovevano sullo schermo: all’epoca lo si chiamava videogioco. Era molto tardi, saranno state le due o tre del mattino (non voglio però raccontare la storia della mia vita, il perché fossi sveglio a quell’ora), quando ad un certo punto ho avuto la netta sensazione che sarei morto. Di lì a breve. Insomma, ero convinto che non avrei superato la notte. Il pensiero mi è balzato alla testa così. Nessun evento esterno lo ha innescato, né alcuna sostanza alcolica o psicoattiva lo ha alimentato. La cosa curiosa è che tale pensiero però non se ne voleva andare via. Mi sono alzato, ho iniziato a fare qualche passo per la casa, meditando se svegliare o meno mia madre, tanto per passare il tempo. In quel momento non capivo che cosa fosse quella sensazione, che anzi non era nemmeno una sensazione, era proprio la morte. Era la certezza, la prefigurazione del mio martirio. Molto spaventato, quindi, ho fatto l’unica cosa che mi è parsa sensata di fare (e che per molto tempo dopo avrei continuato a considerare sensata): sono rimasto sveglio per superare la notte.
Il meccanismo mentale che mi aveva portato a credere che non avrei superato la notte, in un baleno, aveva anche generato un’efficace contromisura: mi sarebbe bastato superare la notte nella quale sarei morto, per non morire. Così feci, rimasi sveglio e, alle prime luci dell’alba, andai a dormire felice di essermi sbagliato (per quella volta).
Ciao. Soffro di attacchi di panico. Quello che ho scritto sopra, lucido come fosse una lista della spesa mi è costato enormi fatiche. Sì, perché, ovviamente, quello che adesso “so”, all’epoca non lo sapevo e la percezione di questo sapere mi è costata sofferenze tremende. Insomma, stavo male ma non sapevo di stare male. Ho deciso, per la prima volta – compiutamente – di raccontare tutta la catena di eventi che mi ha portato, qui, adesso – questa notte! – a scrivere questo, nella speranza questo racconto possa servire a qualcuno nella mia stessa (ex) situazione…
Continuiamo. Il pensiero è rimasto isolato a quella notte. La mattina (pomeriggio) seguente, ricordo di aver pensato alla notte in bianco appena trascorsa, ma niente di più. In realtà non era finita quella lunga notte, ma era appena cominciata. Il tempo quindi è passato senza avere più alcuna sensazione di morte imminente. Morte imminente. Questo è stato! L’idea che di lì a breve sarei morto.
Diversi anni dopo, dovevo avere 18 o 19 anni, una sera, prima di andare a dormire, ricordo che ebbi un pensiero strano (ma realistico): stavo per morire d’infarto. L’evento è stato traumatico perché da una parte non lo avevo collegato minimamente con “la prima volta”, dall’altra parte è stato molto più traumatico perché era realmente possibile stessi per morire d’infarto. Ero appena tornato a casa, un venerdì o un sabato sera, e avevo bevuto. Ero ubriaco, il cuore mi batteva “a mille”, ma non solo perché ero ubriaco, anche perché sono un fumatore e per di più obeso. Sostanzialmente il pensiero è stato tale e quale alla prima volta, ma questa volta l’idea insensata di star per morire aveva trovato una motivazione plausibile.
Quel giorno non sono morto, però da quel momento la mia vita è dannatamente cambiata. Sono una persona – dicono – discretamente intelligente e la mia mente (ma anche questo all’epoca non lo avevo notato) è costantemente attiva. Sì, insomma, penso sempre. È normale, anche tu lo fai. Sì, tu che stai leggendo questo. Tu non stai solo leggendo, ma stai anche pensando. I tuoi occhi stanno leggendo mentre la tua mente sta facendo anche altro. È stimolata, se così possiamo dire, da questo testo – nella fattispecie, immagino, molto pirandelliano -, ma nello stesso momento lavora come “in background”. Se fosse un computer, questo testo è per te l’applicazione principale sulla quale stai lavorando, ma “sotto” ci sono altre applicazioni che lavorano e che magari tu non vedi: l’antivirus, l’orologio del computer, etc.
La semplificazione che ho fatto non è una vera e propria semplificazione, anzi, è molto complessa. Non tanto da capire – dopo che uno te lo ha “spiegato” -, ma da afferrare per la prima volta.
L’idea di poter essere rimasto scemo dopo 5 o 6 Tequila bum bum, non era insomma irrealistica. “In background” devo aver pensato: – da sempre c’è una campagna contro l’alcol che annuncia devastazioni cerebrali che nemmeno a vivere a Chernobyl si rischia tanto. Il fumo uccide, o quantomeno provoca malattie cardiovascolari, ovvero infarti e ictus. Dulcis in fundo, l’obesità è la prima causa di morte nel mondo occidentale (dopo, guarda un po’, il tumore ai polmoni) -.
La mia seconda volta quindi non è stata strana e folle come il mio primo attacco di panico – apparentemente senza causa scatenante -, ma al contrario. Se bevi, fumi e sei grasso, la tua prospettiva di vita è drasticamente ridotta, non sono stato io folle a pensare di star per morire, saresti tu scemo a credere di poter sopravvivere nelle mie condizioni.
Socrate. Qui ho fatto Socrate. La realtà, in fondo, è relativa; può essere manomessa e sovvertita; tuttavia, la realtà, può essere più semplicemente concettualizzata. E questo è quello che ho iniziato a fare. E questo è quello che loro hanno chiamato, per me, stato di allarme ansioso che si manifesta con il pensiero ossessivo della morte.
Chi sono loro? Ma gli psichiatri, che domande!
Non voglio dire, ora, che il giorno dopo sia stato uguale al giorno prima, insomma, come è ovvio, non avevo ancora percepito l’idea di essere mentalmente turbato… il giorno dopo, al risveglio, ho imputato il tutto all’alcol poiché una volta sobrio la paura era sparita. Quindi ero uguale a prima, diversamente.
Per la terza volta non ho dovuto aspettare anni, ma solo qualche mese. Ora io non ricordo di preciso quando sia successo, non ricordo nemmeno l’evento in sè. Ricordo solo che è successo e (fatto nuovo e interessante) la terza la ho collegata (creando di fatto la prima) alla seconda. Mi sono ricordato della “volta prima” e ho fatto il primo collegamento. Inutile dire che tale connessione non abbia giovato alla perversione del mio cervello, invero, la reazione più normale, forse, sarebbe potuta essere il pensare - è già successo e l’altra volta non sei morto -, ma ci sono le applicazioni “in background”! Quello al quale ho pensato la terza volta è stato sì questo appena scritto, solo che alla fine ho pensato anche: ok, l’altra volta non sono morto, ma se questa volta non mi sbagliassi?
È patetico, lo so. E lo so molto meglio adesso, dopo una decina di anni che questo pensiero si è concretizzato milioni di volte: l’ultima volta è sempre la peggiore.
Un fatto importante (che ora ho collegato) è avvenuto prima del mio primo attacco. Ero con “la compagnia” in Piazzale a chiacchierare e un amico prestò lo scooter a un altro amico per farglielo provare. Egli venne su per la via, come un bolide (eh, i cinquantini elaborati di una volta!) e io dissi, un attimo prima attraversasse un incrocio - guarda che si botta![¹] -. Beh, quando anni dopo – l’undici settembre 2001 per l’esattezza -, ho avuto il sospetto che l’attentato alle Torri sia avvenuto a causa mia, il fatto aveva trovato una conferma: qualche sera prima avevo sognato un aereo cadere in mare davanti a Trieste. Sì, insomma, potevo prevedere il futuro. Avevo previsto l’incidente (si è effettivamente “bottato”) e avevo previsto l’attacco dell’Undici settembre!
Non ridere. Come detto sopra, sono una persona – dicono – discretamente intelligente, so tale cosa sia impossibile, e lo sapevo anche allora, tuttavia il dubbio mi ha distrutto. In che modo? È semplice: se dico a qualcuno che ho paura di morire, morirò. Il collegamento è dannatissimamente logico e anche se è impossibile prevedere il futuro, questo pensiero ha giocato in me come una molla a retrocarica: il pagliaccio che salta fuori dalla scatola, in me, si è fatto piccolo piccolo caricando una sempre più prossima e distruttiva esplosione di sgomento.
Da una parte mi ero reso conto di stare male, ma lo stare male mi imponeva appunto di stare male perché la guarigione non avrebbe potuto che venire da me. Impossibilitato per logica a chiedere aiuto, me la sarei dovuta “cavare da solo”, avrei insomma dovuto uscirne con le mie forze (la storia insegna che ci sono riuscito a metà).
Bene. Essere “giovane” non mi ha aiutato per niente. Contestualizzato il male, infatti, per quanto possibile, ho cercato di vivere una vita normale. E una vita da diciannovenne-ventenne impone l’utilizzo di droga e alcol. Sì, insomma, chi non si è mai fumato uno spinello il sabato sera; chi non ha mai preso una “balla” colossale qualche volta nella vita? Sono cose che stupidamente si fanno da giovani (ora ho 28 anni e c’è la prescrizione!), ma alterare la psiche di uno già psicologicamente alterato non è cosa consigliabile. Invero (ma solo dopo lo ho capito), per diversi anni mi sono servito dell’alterazione mentale per combattere la paura. Che cosa ho scritto all’inizio di questa pagina per raccontare la prima volta?
Ero convinto che non avrei superato la notte [...] sono rimasto sveglio per superare la notte.
Bom! Il gioco è fatto. Il circolo vizioso è chiuso. Se sto male (e credetemi che fumarsi uno spinello con la paura di morire non è il massimo), quando l’effetto finisce sono fuori pericolo. Perverso. Insensato. Certo, ma io all’epoca non lo capivo.
Non voglio (e non posso) dire le cose siano, da questo schema mentale, molto cambiate negli anni seguenti, invero, poi ho imparato a convivere con la paura - soggiogato e subordinato ad essa - con la forza della convinzione di aver capito le regole del gioco e quindi di star vincendo (o quantomeno pareggiando), ma non ne sono mai uscito. Certo, ho smesso di fumare le canne, ma ragioni di pericolo le si può trovare un po’ ovunque nel mondo.
Per “raccontare” i miei pensieri della “presa di coscienza” del male, forse, è utile più che il verista racconto lasciare parlare le mie “poesie” (senza metrica, eh!). Niente di che, sia ben chiaro, sono uno scrittore senza talento, ma trovo utile e funzionale al discorso confrontare il mio pensiero tra il “prima” e il “dopo”, dall’essere in balia della paura al controllarla per diletto.
24/10/2001, “la favola senza tempo”. Sono pazzo! Il fatto è che sono sì pazzo, ma poco e in maniera costante. Tu, invece, impazzisci solo sovente, brandendo come un pazzo un rasoio da barbiere: affilato e pericoloso. Non so cosa sia meglio, ma sono convinto che il degustare solo ogni tanto il caco della vita, porti a furiosi minuti d’isteria governativa, dove ogni azione rientra nei tabù infranti di una vita che si vorrebbe vivere. (Sto parlando di quando non capisci dove sei o che cosa stai facendo.) Tu sembri il visionario folle che, camminando per la strada, vede degli strani folletti verdi salterellanti e festosi, usciti da qualche idiota libro, della solita e monotona favola senza tempo. Li vedi correre e saltare, gioire e arrabbiarsi, magari giocare sopra [a] delle altalene per nani, con i loro morbosi sorrisi a trentadue denti… poi magari tu vedi villaggi fantastici costruiti su alberi, utopistici ingranaggi per l’apertura automatica delle porte o per ascensori compiacenti del loro non esistere. I folletti ci sono, ma camminano cupi con la berretta sulle ventitré e il pompon è: sbiadito e stropicciato.
2004, “Essenzialismo esistenziale – 29″. Sono due giorni che riposo in un ozio vagabondo; boccino e boccia. Fucile e piattello. Ammaccatura e scontro. Boccheggio ansimando con fare cafone, ma sdegnato. Molle mollusco produttore di muco, ricordi lo ieri? Pensi già al domani? Doveva avvenire l’avvenire, ma non riportato come omografo epitaffio. – E in tutto questo tu che centri? – Girellando nel golfo fantasioso del mio monotono pensare, benché mi renda conto d’esser una persona triste, priva di vigore e decisione, ho come l’impressione d’aver compreso la finzione! Inarticolato, inquadrato e affossato, per la prima volta mi sento libero d’essere prigioniero, senza rendermene conto, in un giudiziale che non mi compete, dentro il quale tu non esisti e dove il tutto non mi ha mai compiaciuto.
Tra l’una e l’altra ve ne sono centinaia di altre. Tutte – più o meno – patetiche come queste. Sì, sì, lo so, sono senza talento, però benché non talentuoso, ho sempre amato scrivere. Questo fatto, e l’evoluzione che ho avuto nello scrivere, è importante perché dalla prima fase di stupore alla seconda fase di presa di coscienza, sono passato (nel 2002-2004) alla terza fase: il controllo imposto o, come adesso ho capito, di sfruttamento.
Stavo male. Lo sapevo. Perché non sfruttarlo? È insensato, ma come ho scritto all’inizio dell’articolo (e non sono il primo a dirlo), le cose sono relative. Dopo la grande paura delle prime volte, c’è stata la presa di coscienza, quindi la penultima fase (la terza) – che ha abbracciato un arco di 3 o 4 anni – dove mi sono convinto di non voler guarire, perché sapevo di stare male e perché avevo tutto sotto controllo. Non è stato poi tanto insensato, no? (Soprattutto considerando che all’epoca non sapevo di essere uno scrittore senza talento, ma ero convinto di essere bravo e che la mia produzione, diciamo, poetica, traesse giovamento dalla mia follia).
Ho detto penultima fase, quella dopo è la fase conclusiva? Non lo so. Però nella terza fase qualcosa è cambiato. Ah! Tieni presente che questi episodi raccontati, nella loro sintesi, non esprimono chiaramente la portata dello sfacelo mentale, invero, questi non sono casi isolati, ma hanno rappresentato la costante che come ogni costante varia. Il pensiero ossessivo, se prima mi colpiva un giorno sì e un giorno no, alla fine, ha iniziato ad accompagnarmi giornalmente, e senza nemmeno un chiaro e distinto distacco. Insomma, ho smesso di avere attacchi di panico per scadere nel panico costante. Da un lato la cosa è piacevole, invero, non si sta più male solo in qualche occasione, ma si sta male sempre e questo, psicologicamente, aiuta. L’aspetto cronico può facilmente venir attenuato dalla fatalità dell’evento. È così. Punto e basta. Dicevo… non credere la cosa sia stata “leggera” o “facile”, al contrario, soprattutto perché questa costante è mutata. In peggio, naturalmente. Sempre ossessionato dalla mia morte imminente, non pago, ho iniziato a ossessionarmi dalla morte altrui. Ovunque andassi, con chiunque parlassi, l’idea potesse morirmi davanti agli occhi ha iniziato a divenire un’aggiunta alla costante… e poi mi dicono che sono egocentrico, bah!
La morte, ovviamente, così come io la pensavo per me, la pensavo anche per gli altri: in maniera logica. Hai mangiato una pizza con dei funghi avariati; hai toccato del veleno per topi e ti sei messo la mani in bocca; stai correndo troppo con l’auto; stai andando troppo piano. Non nego che, a questo punto, internet non abbia giocato un ruolo nocivo alla mia situazione (quanti morti ammazzati ho visto?). Ho vissuto, in pratica, come se fossi stato nel film Final Destination (che all’epoca non conoscevo e che solo di recente ho visto), con la differenza che la capacità di previsione del protagonista era la mia malattia…
Bene, vediamo di arrivare all’ultima fase. La quarta. La rottura del patto.
Come detto più volte, la mia non era una paura irrazionale, era lucida, era fisica. L’idea dell’infarto (che io prefiguravo al limite dell’ossesso, immaginando non solo la mia morte ma anche le problematiche logistiche del mio funerale, il trasporto, il vestito da mettere, quanto sarebbe costato, etc) era sostenuta e avallata anche da una manifestazione fisica. Il cuore, una volta ogni tanto, smetteva di battere. Obesità a parte. Se il cuore non batte, si muore!
Zitto, zitto, quatto quatto, ho quindi deciso, sempre con lo spirito empirico che mi ha sempre accompagnato, di andare a fare un elettrocardiogramma. Preso l’appuntamento sono andato e la fortuna mi ha baciato. Proprio mentre stavo facendo l’elettrocardiogramma, il cuore ha smesso di battere – per un attimo, per un colpo – e io sono subito sobbalzato. Con voce di sfida, ho quindi esclamato all’infermiere – lo ha registrato? Lo ha registrato? -. Quello mi guardò male. L’elettrocardiogramma era normale, anzi, troppo normale. Insomma. Me lo ero immaginato.
In quel momento esatto, e per la prima volta lo avevo capito nel momento che succedeva, è iniziata l’ultima fase. Sono andato dal mio medico di base e ho detto: - credo di avere un problema… penso di stare sempre per morire -. Il mio dottore non si è scomposto più di tanto, infatti, lo sa che sono ipocondriaco e che una volta all’anno vado sempre nel suo studio con una nuova malattia: ho un tumore di qua, ho una cosa strana di la, credo di avere questo, credo di avere quello. Quando però mi ha chiesto – da quanto tempo – è impallidito alla mia risposta: non so, credo da sempre. Quindi gli ho spiegato grossolanamente la cosa… e non lo ho fatto così come ve lo sto raccontando ora. Tremavo (ma internamente) ed ero convinto che stavo per morire, non solo per il classico infarto, ma proprio perché glielo stavo dicendo.
Bene. Questo è successo 6 anni fa. La storia finisce così. Successivamente sono andato al centro di igiene mentale (il nome fa spavento, lo so) e dopo 1 anno di inutile terapia, con sedute dove ho più o meno raccontato quello che vi ho raccontato qui, ho abbandonato i consulti psicologici perché non mi facevano alcun bene. Insomma, me la ero cavata per anni e anni da solo, chi era quella per capire meglio di me come stavo? Sì, me ne sono andato, ma non a mani vuote. Invero, se per un anno sono andato a parlare, nell’anno ho avuto terribili miglioramenti. Merito della psicologia? Nah. Della farmaceutica. Appena arrivato al – come lo chiamavo all’epoca – centro della felicità, mi hanno rifilato l’ansiolitico Valeans, poi il Lexotan, quindi l’En e, infine, uno del quale non ricordo il nome. Dei quattro, quello di cui conservo il miglior ricordo è il Valeans, mi aveva reso uno zombie incapace di pensare a cose ossessive. L’ultimo è stato il peggiore. Mi ha fatto stare molto male a livello fisico (la posologia era terrorizzante), però a livello mentale mi ha aiutato tantissimo. Alla fine, interrotta la terapia al centro ho continuato a prenderlo on demand… cosa sbagliatissima, lo so, ma ero convinto di riuscire, da solo, a trovare l’equilibrio. Alla fine l’equilibrio lo ho anche trovato e sono riuscito a liberarmi da quella schifezza.
Guarito? No. Oggi le cose vanno molto meglio; come diceva Freud, prendere coscienza del male è la prima tappa della guarigione. Oggi non soffro più in maniera costante, anzi, per grandi periodi di tempo, addirittura, non ho alcun pensiero ossessivo sulla morte. Certo, sono sempre grasso, sempre fumo e il fato è quello che è, tuttavia gli episodi sono sporadici.
Un nuovo tassello lo ho aggiunto molto di recente. Ho notato che sto male quando esco con l’auto andando a prendere la persona X sotto casa (e non la persona Y) … beh, sono riuscito a capire perché viene fuori “la paura” solo se vado a prendere X e non Y: prendendo la sopraelevata per andare da X, nel caso venga un terremoto, crollerei con la strada (sì, sì, lo so!). La soluzione? Oggi non prendo più la sopraelevata, così la paura non viene (se la prendo, con un minimo di controllo – velocità adeguata, musica rilassante, sguardo fisso concentrato sulla strada – riesco comunque a percorrerla senza troppi problemi… l’importante – ma difficile – è non pensare che potrei avere un attacco di panico, se ci penso, capita). Sulla sopraelevata, in realtà, avrei da dire tante cose… e le dico! Tutte quelle che ho pensato in anni di transito: se viene un terremoto e crolla sono spacciato; se mi viene un infarto perdo il controllo dell’auto e volo giù, e se proprio non volo giù, magari provoco un incidente con altre vittime; se mi sento male, dove mi fermo? etc. etc. etc. etc.
Insomma. Sto ancora male e ogni tanto sono costretto a prendere una pastiglia di En per rilassarmi, per scacciare il preludio alla follia… per scacciare quella sensazione che non vi ho mai descritto perché indescrivibile e perché, immagino, dannatamente soggettiva. Loro hanno detto che soffro di uno stato di allarme ansioso che si manifesta con il pensiero ossessivo della morte, ma io dico che sono solo realista. Loro ci terrorizzano tutto il giorno, con l’aviaria; con la malnutrizione; con l’influenza suina; con l’obesità; con la paura di questo e quello; con il terrorismo; con gli stereotipi; con i luoghi comuni. Loro ci dicono continuamente cosa è giusto e cosa è sbagliato e quando sbagliano loro, orwellianamente, l’Oceania torna in guerra con l’Eurasia! Insomma, sì, certo, lo so che sono malato mentale – diciamocelo! – però questa malattia è forse frutto dei giorni nostri, di questo clima da guerra al terrorismo alla quale io ho reagito e reagisco così, immaginando pericoli ovunque, anche dove invece le cose belle della vita si dovrebbero palesare. Beh, oltre a questo ho molti altri problemi che magari, se ne percepirò l’utilità oggettiva, un giorno racconterò (uno su tutti, il peso…).
Non so se questo mio racconto ti può essere stato d’aiuto (se hai questo problema), alla fine non ho detto niente di speciale. Nessun consiglio che vale per me (quello di evitare, per esempio, le fonti di possibile pericolo) è certo valga anche per te… insomma, siamo diversi perché è probabile che ci concentriamo su di uno spavento diverso. C’è chi ha paura di andare in ascensore, chi ha paura dei ragni e degli scorpioni, c’è chi ha paura di volare, c’è chi ha paura di respirare. Io ho paura un po’ di tutto e non riesco a non pensarci.
Vabbeh, sono le sei e tra non molto inizierà ad albeggiare. A questo punto una cosa te la voglio svelare… sai perché ho scritto questo? Non è vero che lo ho scritto solamente perché volevo essere d’aiuto a qualcun altro. O almeno, questo non è completamente vero. Anzi, io il pensiero di scrivere per aiutare lo ho sinceramente avuto, ma così come lo ho avuto, ho anche pensato: e se dovessi morire prima di riuscire a scriverlo?
Ora lo ho scritto e per questa notte non morirò. Forse.
p.s. rileggendo mi sono reso conto di aver omesso tantissime cose, tutte più o meno importanti. Forse dovrei non pubblicarlo e integrarlo con possibili aspetti rilevanti che ho capito ma che non ho scritto. Forse dovrei, certo, ma se non lo facessi adesso, probabilmente non lo farei più.
n.b. finito questo smielato articolo buonista, domani torno a essere io: pensiero fisso sul malgoverno e critica a testa bassa. Una cosa positiva (eventuale aiuto morale a parte): se mai mi andrà di lanciare una statuetta in faccia a qualcuno, dopo questo articolo, credo di poter facilmente invocare l’infermità mentale. Ma questa è un’altra storia, per la quale ti invito a vedere l’opera teatrale le voci di dentro di Eduardo o il classico berretto a sonagli di Pirandello. Chissà se, magari, loro avevano ragione sul concetto di pazzia.
[¹] guarda che fa l’incidente.












#1 Commento by mary — 9 marzo 2010
crepacuore (mi fa persino orrore scrivere questa parola), infarto , ictus, aneurisma cerebrale….ecco i miei compagni di viaggio ed incubi ad occhi aperti mentre veleggiavo tra i 20 e i 30 anni (prima manifestazione di paura incontrollata, molto molto tempo addietro); in ordine di incubo e fissazione.E tutto mentre la vita imponeva i suoi obblighi , i suoi piaceri, il “suo andare avanti”-progredire (per gli altri);io seguivo un processo a tratti involutivo-ricordo i gradini dell’università che non riuscivo più a percorrere (perchè avrei avuto un infarto sicuro salendo), la mia vita ad intermittenza-esami , amori , interessi nei periodi meno tormentati , spavento, orrore, chiusura nei periodi bui-la patente non presa, le uscite non fatte, l’università mai terminata nonostante gli ottimi voti(gli esami divenuti uno stress non più tollerabile , l’immagine sempre vivida della mia morte e di quella altrui-lo stupore scaramantico in certi frangenti di essere ancora viva, soppravvissuta alla catastrofe; la pallavolo accantonata (non potevo correre o saltare , sarei morta). I periodi di presa di distanza da tutto questo, le scorpacciate di vita , un amore lungo cercando sempre di celare la mia ombra ,i lavori fatti , i voli aerei con il lexotan , il mondo che riusciva solo a vedere il mio involucro ,la bellezza e non immaginava i tormenti della mente. qualche timido approccio dai dottori, mi tenevo il petto nel terrore dell’imminente infarto, parlando a fatica, lo specialista che sorride del mio stato, “non è niente , solo suggestione”.le medicine…una svolta.senza supporto medico per anni , 10 kili in più, ma ho riprovato il significato di vivere nella leggerezza ,le chiacchiere tra amiche , le letture appassionate, camminare, ridere, fare ginnastica, piangere , provare , rischiare, uscire!un miracolo.niente più mano tremante sul petto, paure più sporadiche.sono ricaduta in quella spirale senza fondo recentemente, per aver interrotto di colpo le medicine o per la paura di ciò che mi è stato detto, ma è lo stesso; il tutto con dei connotati molto più inquietanti che preferisco tralasciare.Ogni giorno è un incognita di terrore di come starà la mia mente, ma adesso ho cominciato ad andare da una psichiatra.mi faccio questo regalo estremamente costoso , ma con la speranza di salvarmi la vita -perchè nei tratti in cui l’ossessione della morte mi aveva abbandonato avevo riscoperto una me stessa con vitalità e forza, avevo riscoperto l’immenso valore degli ALTRI , il piacere delle piccole cose. GRAZIE GRAZIE GRAZIE per avere scritto questo articolo, ha sbloccato tante cose inespresse, a tratti è stato quasi un guardarsi allo specchio , ma dietro c’è tutta la tua individualità e unicità.
#2 Commento by Michel Giovannini — 10 marzo 2010
Cara Mary, PREGO PREGO PREGO. Se ti ho in una qualche maniera aiutato, se alla prossima volta che starai male penserai a questo articolo (e al messaggio che ho voluto far passare), mi renderai felice. Se reputi realmente sia senza fondo la tua situazione recente, PENSA. Non lasciare che la superficialità ti avvinghi, RIFLETTI e RAZIONALIZZA… ma se proprio non riesci a scacciare i pensieri insensati, impara a dominarli cavolo! Prima con i farmaci se te li danno i medici, poi da sola razionalizzando le cause del male. Io ho smesso di fumare! ;)
Non voglio fare il santone, ma stai tranquilla che riuscirai ad uscirne definitivamente. E sai perché lo so anche se non ne sono completamente uscito nemmeno io? Perché di panico non si muore! Ma che te lo dico a fare? Nel profondo del tuo cuore, già lo sai… devi solo imparare a crederci! E poi, wow, questa pagina adesso vale doppio. Il prossimo che ci entra, avrà una doppia conferma del fatto che la vita va vissuta e non temuta :)
Ciao Mary, alla prossima. E se hai bisogno, ora sai dove trovare uno ossessionato come te ;)
#3 Commento by mary — 10 marzo 2010
:-)).bene che vogliamo fare, tranquilizzarci a vicenda??sì è così .ognuno lotterà la sua piccola guerra privata ed approderà a delle tregue , a delle grandi vittorie e a dei passi indietro.l’importante è stato CONDIVIDERE con qualcuno che SA almeno in parte ciò che si prova…e spero in questo senso ci possa essere stata un po’ di reciprocità e di non avere attinto solo io alla tua fonte.
#4 Commento by Michel Giovannini — 10 marzo 2010
Beh! Sarebbe bello aiutare aiutandoci :)
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